Cosa succede se l’OPAS di Poste Italiane su TIM non dovesse arrivare alla soglia minima di adesioni per la validità dell’operazione? Quando manca poco più di una settimana alla scadenza dei termini per aderire all’offerta pubblica di acquisto e di scambio lanciata dalla quotata gialla sull’ex monopolista e dinanzi ad un andamento delle adesioni che non decolla, anche questa domanda inizia a circolare tra i tantissimi azionisti TIM che sono alla finestra in attesa di capire cosa fare.
Certo la stragrande maggioranza di quelli che potremo definire come attendisti caldeggia la possibilità che possa esserci un rilancio dell’OPAS su TIM da parte di Poste Italiane con aumento del corrispettivo o comunque con un miglioramento delle condizioni. Ma il tempo passa, il termine per aderire all’OPAS è il prossimo venerdì 11 settembre (ma le azioni TIM comprate il 10 e l’11 non potranno essere portate in adesione), e le richieste per ora pervenute sono pari al 4,5377% del capitale dell’ex monopolista (aggiornamento a giovedì 3 settembre). Normale allora che in tanti inizino a chiedersi cosa accadrebbe se l’OPAS di Poste su TIM non dovesse arrivare al minimo previsto.
Indice
Quale è la soglia minima per la validità dell’OPAS di Poste su Telecom Italia
Partiamo da un dato di fatto non opinabile: il livello minimo di adesioni per la validità dell’OPAS. L’offerente, ossia Poste Italiane, lo ha fissato a due terzi del capitale di Telecom Italia. In termini percentuali si tratta del 66,67%. Il raggiungimento di questa soglia è vincolante per la riuscita dell’operazione nel senso che se non non ci dovesse essere un’adesione di almeno due terzi, l’OPAS non è da considerarsi riuscita e tutta l’operazione, si pensi ad esempio all’enorme campagna comunicativa che l’offerente ha messo in campo, non sarebbe riuscita.
I conti sono semplice da fare: assumendo l’aggiornamento di ieri 3 settembre sulle adesioni, mancherebbe ancora il 62,13% del capitale. Di certo è tantissimo ma, quando si tratta di offerte pubbliche, i numeri vanno sempre guardati in prospettiva. Lo storico di queste operazioni insegna che, spesso, il più delle volte, i giochi vengono decisi alla fine quando i fondi, che sono i maggiori azionisti, muovono la loro quota di capitale. Quindi il fatto che per adesso la soglia minima di adesioni sia lontanissima non significa che l’OPAS di Poste sia destinata a fallire. Tutto può accadere soprattutto alla fine.
Se la soglia del 66,67% non viene raggiunta, l’OPAS decade
Assumendo l’assenza di rilancio da parte di Poste, se entro l’11 settembre non dovesse essere portata in adesione almeno il 66,67% del capitale di TIM e l’offerente non dovesse rinunciare a questa condizione, l’OPAS su TIM non potrebbe essere perfezionata.
In questo caso l’offerta decadrebbe in modo automatico.
La conseguenza sarebbe immediata: Poste Italiane non potrebbe procedere all’acquisto delle azioni TIM portate in adesione e quindi non potrebbe emettere i nuovi titoli previsti nell’ambito dell’operazione di scambio. Ci sarebbe poi un effetto secondario ma non meno importante: il mancato raggiungimento della soglia sarebbe il segnale che il mercato ha sonoramente bocciato l’operazione.
Cosa succede alle azioni TIM già consegnate dagli azionisti
Il mancato raggiungimento della soglia non significa che chi ha già aderito all’OPAS perda le proprie azioni TIM.
In caso di decadenza dell’offerta, le azioni già apportate saranno restituite ai rispettivi titolari senza costi, tornando sui relativi conti titoli.
Gli azionisti riacquisteranno quindi la piena disponibilità delle azioni TIM che avevano consegnato nell’ambito dell’operazione.
Dal punto di vista operativo, dunque, il fallimento dell’OPAS non comporterebbe per gli aderenti la trasformazione delle azioni in titoli Poste o l’incasso del corrispettivo previsto dall’offerta. L’operazione semplicemente non arriverebbe al perfezionamento.
La questione più delicata, però, riguarda ciò che potrebbe accadere al prezzo delle azioni TIM una volta venuta meno la prospettiva dell’operazione.
Azioni TIM: il rischio è una forte correzione dopo il fallimento dell’OPAS
È questo probabilmente il punto più importante per gli investitori.
Le azioni TIM stanno infatti quotando a livelli che riflettono anche le aspettative legate all’OPAS di Poste. Il titolo è indicato a 7,83 euro, un prezzo decisamente superiore rispetto alle valutazioni fondamentali espresse dagli analisti, che si collocano nell’area 5,90-6,00 euro.
Se l’offerta dovesse saltare definitivamente, una parte del premio incorporato dal mercato potrebbe quindi venire meno rapidamente.
In altre parole, il rischio per chi oggi detiene azioni TIM non sarebbe rappresentato soltanto dal fallimento dell’operazione in sé, ma dalla possibile normalizzazione del prezzo del titolo dopo la scomparsa del catalizzatore rappresentato dall’OPAS.
Non è possibile stabilire a priori quale sarebbe l’entità della correzione, perché il prezzo dipenderebbe dalle condizioni generali del mercato e dalle nuove aspettative degli investitori sul futuro di TIM. Tuttavia, il differenziale tra gli attuali 7,83 euro e le valutazioni fondamentali nell’area 5,90-6,00 euro evidenzia quanto potrebbe essere significativa la pressione sul titolo qualora venisse meno la prospettiva dell’operazione.
Per chi è entrato sul titolo proprio scommettendo sull’OPAS, questo è quindi il principale rischio da considerare.
Poste può evitare il fallimento rinunciando alla soglia minima
C’è però una possibilità che impedirebbe automaticamente all’OPAS di decadere.
Poste Italiane dispone infatti della facoltà di rinunciare alla condizione relativa al raggiungimento del 66,67% e decidere di procedere comunque con l’operazione anche in presenza di un livello di adesioni inferiore.
È uno scenario importante perché cambierebbe completamente la lettura del mancato raggiungimento della soglia.
Se, ad esempio, le adesioni fossero sufficienti a consentire a Poste di ottenere il controllo formale di TIM, la società potrebbe valutare di accettare una partecipazione inferiore alla soglia inizialmente fissata, anche nell’ordine del 50% più una azione, sempre nel rispetto delle condizioni dell’offerta.
In questo caso l’OPAS non decadrebbe semplicemente perché non è stato raggiunto il 66,67%. L’offerta diventerebbe invece efficace nei confronti degli azionisti che vi hanno aderito, sulla base della decisione assunta da Poste.
Ecco perchè l’11 settembre prossimo non rappresenta necessariamente un semplice “sì o no” all’operazione. Sarà fondamentale capire quale sarà il livello effettivo delle adesioni e quale decisione prenderà Poste di fronte a quel risultato.
Se l’OPAS non raggiunge la soglia sarebbe smacco politico per il governo
Il dossier relativo all’OPAS di Poste su TIM non ha però soltanto una dimensione finanziaria.
L’operazione promossa dalla quotata assume infatti anche una valenza strategica e politica, considerando il ruolo dello Stato nell’azionariato e il coinvolgimento diretto di una società controllata pubblicamente come Poste.
Per questo motivo, un mancato successo dell’OPAS rappresenterebbe anche uno smacco politico per il governo Meloni.
Il punto non sarebbe soltanto che un’operazione finanziaria non ha raggiunto il risultato sperato. Il fallimento evidenzierebbe anche la difficoltà di portare a compimento un progetto considerato strategico per il futuro di TIM e per il riassetto del principale gruppo italiano delle telecomunicazioni. Da questo punto di vista, la soglia del 66,67% assume quindi un’importanza che va oltre la semplice percentuale di adesioni. Rappresenta il livello necessario per dare piena solidità all’operazione e rafforzare il progetto industriale e societario costruito attorno a Poste e TIM.
Questo il quadro, finanziario e politico, che si andrebbe a delineare se l’OPAS di Poste non dovesse raggiungere la soglia minima. Ma manca ancora oltre una settimana alla scadenza del termine dell’11 settembre e nulla è scontato.
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