BTP italiani e bandiera
BTP 2035 VS BTP 2051 - RisparmiOggi.it
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I rendimenti dei BTP sulle lunghe scadenze stanno tornando rapidamente verso l’alto facendo convergere l’attenzione degli investitori sulla parte più lunga della curva italiana. Il punto di riferimento resta il BTP decennale, il cui rendimento si è portato vicino al 4,4%, sui massimi degli ultimi due anni. Ma guardando oltre i dieci anni si trovano rendimenti ancora più elevati.

Il caso più evidente è quello del BTP 2051 che sul mercato secondario offre oggi un rendimento lordo prossimo al 5%. È una scadenza estrema, con una duration molto più elevata rispetto al benchmark decennale, ma proprio per questo non può essere ignorata nel confronto: mezzo punto percentuale di rendimento in più può essere interessante, a patto di capire quale prezzo si paga in termini di volatilità e sensibilità ai tassi.

Prima di confrontare il BTP 2035 con il BTP 2051 è il caso di aver ben in chiaro perché i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo e cosa sta muovendo soprattutto la parte lunga della curva. Da qui partiamo con la nostra analisi.

Perché i rendimenti dei BTP stanno salendo così rapidamente

Il rialzo dei rendimenti non riguarda soltanto l’Italia, ma si inserisce in una fase di pressione generalizzata sui titoli di Stato. Quando gli investitori vendono obbligazioni, i prezzi scendono e, di conseguenza, il rendimento implicito dei nuovi acquirenti aumenta.

A spingere il mercato in questa direzione sono soprattutto le aspettative sulla traiettoria dei tassi. L’inflazione sta tornando a rappresentare un elemento di attenzione, anche per l’effetto del rialzo del prezzo del petrolio, mentre le banche centrali devono mantenere un atteggiamento prudente.

Dopo il recente rialzo di 25 punti base della BCE, l’attenzione si è spostata anche sulla Federal Reserve. Il mercato obbligazionario sta quindi incorporando uno scenario nel quale il costo del denaro potrebbe rimanere elevato più a lungo del previsto.

Il risultato è particolarmente evidente sulle scadenze lunghe: più lontano è il rimborso del capitale, maggiore è la sensibilità del prezzo del titolo alle variazioni dei tassi. Ed è proprio questo il punto centrale del confronto tra il BTP 2035 e quello 2051.

BTP 2035: 4,35% con una duration molto più gestibile

Il primo titolo del confronto è il BTP con scadenza ottobre 2035 ISIN IT0005648149, benchmark decennale italiano. Con un prezzo sul secondario di circa 94,56 euro, la cedola del 3,6% si traduce in un rendimento lordo a scadenza nell’area del 4,35%-4,38%.

Il vantaggio rispetto al 2051 è soprattutto nella durata residua. Mancano meno di dieci anni al rimborso a 100 euro e questo riduce la sensibilità del prezzo alle variazioni dei rendimenti di mercato.

Il titolo può quindi avere una funzione più equilibrata all’interno di un portafoglio obbligazionario. Se i rendimenti dovessero continuare a salire, anche il BTP 2035 potrebbe perdere valore sul mercato secondario, ma l’orizzonte necessario per arrivare al rimborso è decisamente più contenuto rispetto al trentennale.

Il rendimento attuale, inoltre, è già significativo senza dover spostare l’esposizione verso la parte estrema della curva. È proprio questo uno degli elementi sottolineati da Rocco Bove, responsabile Fixed Income di Kairos Partners Sgr, e Andrea Guitta, branch manager della filiale di Milano di Pharus Management Lux, nelle considerazioni riprese dal Corriere della Sera: per un investitore retail non è necessariamente indispensabile spingersi oltre i dieci anni per trovare rendimenti interessanti.

BTP 2051: il 4,91% si paga con una volatilità molto maggiore

Il BTP 2051 ISIN IT0005425233 presenta un rendimento lordo a scadenza decisamente più elevato, pari a circa 4,91%, grazie a una quotazione intorno a 54,23 euro. La cedola è però appena dell’1,7%.

Il prezzo molto distante da 100 può sembrare a prima vista un’occasione particolarmente interessante: si compra il titolo a poco più della metà del valore nominale e si incasseranno 100 euro alla scadenza. Ma è proprio qui che bisogna evitare un equivoco.

Come osserva Bove nelle dichiarazioni riprese dal Corriere della Sera, il fatto di comprare un BTP molto sotto la pari non costituisce di per sé un rendimento aggiuntivo: il ritorno complessivo è già incorporato nel rendimento a scadenza. Il recupero progressivo verso 100 compensa infatti la cedola molto più bassa.

Il vero tema è quindi se quei circa 0,5 punti percentuali di rendimento in più rispetto al decennale siano sufficienti a remunerare una duration molto più lunga. In caso di ulteriore rialzo dei rendimenti, il 2051 potrebbe subire oscillazioni decisamente più ampie. Al contrario, un eventuale calo dei tassi avrebbe un effetto positivo molto più potente sul suo prezzo.

Come scegliere tra 2035 e 2051 e inserirli nel portafoglio

Il confronto porta a una conclusione abbastanza netta: il BTP 2051 non dovrebbe essere considerato semplicemente come una versione più redditizia del decennale. È uno strumento con un profilo di rischio di mercato molto diverso.

Bove suggerisce, per chi non possiede già obbligazioni lunghe, di considerare una quota di questi titoli per sfruttare i rendimenti attuali, ma mantenendo una diversificazione adeguata per durata, area geografica ed emittente. Guitta individua invece nelle fasce 3-5 anni e 7-10 anni un compromesso interessante tra rischio e rendimento, mentre oltre i dieci anni ritiene necessaria una selezione molto più rigorosa.

Al di là delle sfumature, per BTP 2051, quindi, la logica può essere quella di una componente satellite di un portafoglio obbligazionario e non quella del titolo principale. Il decennale può invece svolgere una funzione più centrale grazie a una duration più contenuta.

C’è poi un’ultima accortezza: su un orizzonte molto lungo bisogna considerare anche l’inflazione. Bove suggerisce di affiancare alle obbligazioni nominali una componente inflation linked, anche attraverso un BTP Italia, per ridurre l’esposizione al rischio che la crescita dei prezzi eroda il valore reale dei flussi futuri.

Infine, chi possiede già BTP a lunga scadenza dovrebbe evitare decisioni dettate esclusivamente dal ribasso delle quotazioni. Come sottolinea Guitta, vendere dopo una discesa dei prezzi significa cristallizzare la perdita: se l’emittente mantiene la propria capacità di rimborso, il titolo tende progressivamente verso il valore nominale di 100 con l’avvicinarsi della scadenza.

Insomma la scelta tra 4,38% sul decennale e 4,91% sul 2051, quindi, non riguarda soltanto quale rendimento sia maggiore, ma soprattutto quanta volatilità e quale orizzonte temporale l’investitore sia disposto ad accettare per ottenerlo.

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