Per Nike arriva un’altra conseguenza del lungo ridimensionamento vissuto in Borsa. Dal prossimo 21 settembre il titolo non farà più parte dell’S&P 100, l’indice che raccoglie alcune delle società statunitensi più grandi e consolidate presenti nell’S&P 500.
Non si tratta però di un’uscita dall’S&P 500, dove Nike continuerà a essere presente. La decisione rientra nel consueto ribilanciamento trimestrale degli indici S&P, ma fotografa bene quanto sia cambiato il peso del gruppo sui mercati finanziari.
Alla chiusura del 4 settembre le azioni valevano 38,40 dollari, sui livelli più bassi da circa dodici anni. Dall’inizio del 2026 il titolo ha perso quasi il 40%, mentre rispetto a cinque anni fa il ribasso arriva a circa il 76%. Oggi, lunedì 7 settembre, le azioni Nike non sono in contrattazione perché Wall Street è chiusa per il Labor Day.
Nike perde il posto tra le grandi dell’S&P 100
S&P Dow Jones Indices ha deciso di sostituire Nike con Palo Alto Networks. Nello stesso ribilanciamento entreranno nell’S&P 100 anche Arista Networks, Dell Technologies e Sandisk.
La composizione dell’indice si sposta quindi ulteriormente verso la tecnologia, mentre Nike paga soprattutto il forte ridimensionamento della propria capitalizzazione.
Ai massimi del 2021 il gruppo valeva oltre 260 miliardi di dollari. Oggi la capitalizzazione si aggira intorno ai 57 miliardi. Il calo del prezzo delle azioni ha quindi ridotto sensibilmente il peso di Nike rispetto alle società che negli ultimi anni sono cresciute grazie a cloud, cybersecurity, semiconduttori e intelligenza artificiale.
L’uscita dall’S&P 100 non rappresenta comunque un downgrade del merito creditizio e non determina automaticamente altre conseguenze operative. I fondi che replicano l’indice dovranno però adeguare i portafogli, vendendo Nike per acquistare i nuovi componenti.
Cosa ha fatto crollare le azioni Nike
Dietro il disastro in Borsa ci sono problemi che durano ormai da diversi trimestri. La società sta cercando di rilanciare il marchio sotto la guida dell’amministratore delegato Elliott Hill, tornato in Nike nel 2024 con il compito di recuperare terreno dopo gli errori della precedente strategia.
Il turnaround continua però a procedere lentamente. Nell’ultimo trimestre dell’esercizio fiscale 2026 i ricavi sono diminuiti dell’1%, mentre le vendite nella Greater China sono crollate del 17%.
Proprio la Cina rappresenta uno dei problemi principali. Nike deve affrontare concorrenti locali sempre più forti e una gamma di prodotti che non è riuscita a mantenere lo stesso appeal del passato.
Negli Stati Uniti la situazione è leggermente migliore, ma il gruppo sta ancora cercando di riequilibrare il rapporto con i distributori dopo aver privilegiato per anni le vendite dirette. Quella scelta aveva ridotto la presenza nei negozi multimarca, lasciando maggiore spazio a concorrenti come Hoka, On e New Balance.
Il turnaround resta tutto da dimostrare
Nike sta aumentando gli investimenti sui prodotti sportivi, ricostruendo i rapporti con i retailer e cercando di recuperare terreno in Cina. Il mercato, però, vuole vedere questi interventi tradursi in una crescita stabile dei ricavi e dei margini.
L’uscita dall’S&P 100 diventa così soprattutto il simbolo di quanto sia cambiata la valutazione attribuita a Nike. Il titolo resta nell’S&P 500 e il marchio conserva una dimensione globale, ma dopo un crollo di quasi il 40% nel solo 2026 sarà il successo del piano di Elliott Hill a stabilire se i prezzi attuali rappresentino l’inizio di un recupero oppure una nuova tappa della discesa.
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