Giovedì 10 settembre sarà una giornata importante per la politica monetaria europea. La BCE si prepara a decidere sui tassi dopo che l’inflazione dell’Eurozona è oramai tornata sopra il 3% e mentre la guerra in Medio Oriente continua a mantenere elevata l’attenzione sui prezzi dell’energia. La decisione più probabile è un nuovo rialzo dei tassi BCE 25 punti base, che significherebbe aumento del saggio sui depositi al 2,50%.
Fin qui, però, la sorpresa per i mercati sarebbe limitata o, addirittura, nulla. Il rialzo del costo del denaro è infatti già ampiamente atteso e per questo il market mover centrale di tutta l’ottava viene ritenuto quasi una formalità. Detto questo, però, il vero nocciolo del summit dell’EuroTower sarà capire se Francoforte considererà conclusa la stretta oppure se lascerà aperta la porta a un nuovo intervento entro la fine dell’anno.
Tassi BCE: settembre verso il secondo rialzo del 2026
Il consenso degli economisti resta molto compatto sulla riunione BCE del 10 settembre. L’ultima indagine Reuters ha rilevato che tutti i 65 economisti interpellati prevedono un aumento di 25 punti base del tasso sui depositi, dal 2,25% al 2,50%. Una view unanime che raramente si può vedere in vista di eventi di politica monetaria.
Sarebbe il secondo rialzo del 2026 dopo quello deciso a giugno e arriverebbe dopo la pausa di luglio (ad agosto non ci sono stati summit). In questa fase, quindi, la Banca Centrale Europea sembra intenzionata a dare un’ulteriore risposta all’accelerazione dei prezzi senza trasformare necessariamente il movimento di settembre nell’inizio di una nuova lunga fase restrittiva.
Come sempre per gli investitori il punto da seguire non sarà tanto l’ovvietà dell’aumento del costo del denaro ma soprattutto la comunicazione successiva alla decisione. Un EuroTower che definisse il rialzo come un intervento isolato rafforzerebbe l’ipotesi di una pausa nei mesi successivi. Un messaggio più preoccupato sull’inflazione di Eurolandia, invece, potrebbe alimentare le aspettative per un altro aumento.
Inflazione Eurozona al 3,3%: perché la BCE non può ignorarla
Il problema per Francoforte è rappresentato dai prezzi. Ad agosto l’inflazione dell’Eurozona è salita al 3,3% dal 2,9% di luglio, soprattutto per effetto dell’energia. Allo stesso tempo, però, l’inflazione core è rimasta molto più contenuta, al 2,4%.
Questa differenza è fondamentale per capire il dilemma dell’EuroTower. L’aumento dell’inflazione complessiva non sembra infatti accompagnato, almeno per ora, da una nuova accelerazione generalizzata delle componenti più persistenti. Il rischio è quindi quello di utilizzare i tassi per contrastare uno shock che nasce soprattutto dai costi energetici.
Le stime raccolte da Reuters indicano comunque un’inflazione media del 2,9% nel 2026, con il ritorno al target del 2% che potrebbe richiedere molto tempo.
Qui entra in gioco il Medio Oriente. Il prolungarsi del conflitto (notizia di oggi nuovi raid Usa contro l’Iran) e le conseguenze sui mercati energetici hanno riportato petrolio e gas ad essere barometro di ogni considerazione macro.
Eccolo qui il principale elemento di incertezza. Se l’aumento delle quotazioni energetiche dovesse esaurirsi rapidamente, l’attuale accelerazione dell’inflazione potrebbe rivelarsi temporanea. Se invece petrolio e gas restassero elevati per diversi mesi, aumenterebbe il rischio di effetti di secondo impatto su beni, servizi e salari.
La stessa BCE ha evidenziato che l’impatto della guerra dipenderà soprattutto da intensità e durata dello shock energetico e dalla sua capacità di propagarsi all’inflazione sottostante.
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La crescita europea complica ulteriormente le scelte
A rendere meno scontato un ulteriore rialzo dei tassi BCE dopo settembre c’è anche la necessità di non frenare eccessivamente un’economia che, almeno finora, ha mostrato una certa capacità di resistenza.
Le precedenti proiezioni dell’EuroTower indicavano una crescita dello 0,8% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027. Allo stesso tempo, Francoforte aveva già evidenziato come lo shock energetico generasse contemporaneamente rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita.
È proprio questo equilibrio a rendere difficile anticipare le prossime mosse. Un ulteriore rialzo sarebbe giustificato se l’inflazione mostrasse segnali di persistenza. Ma una stretta troppo aggressiva potrebbe aggravare il rallentamento economico.
Dopo settembre: possibile rialzo dei tassi BCE a dicembre
Fino a pochi giorni fa, l’ipotesi prevalente era quella di un rialzo a settembre seguito da una lunga pausa. Il sondaggio Reuters di inizio settembre indicava infatti il 2,50% come livello terminale per il 2026.
Ma il quadro si è leggermente spostato. JP Morgan e BNP Paribas hanno iniziato a prevedere un altro rialzo da 25 punti base a dicembre, mentre Deutsche Bank vede ora il 2,75% come livello terminale più probabile, pur mantenendo aperto lo scenario di tassi fermi al 2,50% qualora le tensioni geopolitiche rientrassero.
Questo significa che la riunione di settembre potrebbe non chiudere affatto la questione. Molto dipenderà da cosa accadrà nelle prossime settimane ai prezzi di petrolio e gas e, soprattutto, da quanto l’aumento dell’energia riuscirà a trasferirsi alle altre componenti dell’inflazione.
Per chi investe in BTP, obbligazioni europee, azioni e mercati valutari, sarà quindi importante guardare oltre il semplice verdetto sui tassi. La reazione dei rendimenti, le nuove proiezioni economiche e soprattutto le parole della BCE diranno quanto spazio resta per una nuova stretta.
Il 2,50% sarà davvero il punto di arrivo dei tassi BCE nel 2026 oppure il mercato deve prepararsi a un 2,75% entro dicembre?
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