Mercoledì 5 agosto l’oro è tornato sui livelli più alti dell’ultimo mese, con un rialzo superiore al 2%. In mattinata il prezzo spot ha raggiunto 4.164,13 dollari l’oncia, il valore più elevato dal 7 luglio, mentre i future statunitensi si sono portati a 4.223,60 dollari.
Il movimento nasce soprattutto dal cambiamento delle aspettative su inflazione e tassi di interesse. I progressi nei negoziati tra Stati Uniti e Iran hanno ridotto il rischio di nuove interruzioni nello Stretto di Hormuz, facendo scendere il petrolio e i rendimenti dei titoli di Stato americani. Per l’oro, che non paga interessi, questo scenario è favorevole.
La possibile riapertura di Hormuz cambia le aspettative
Il primo impulso arriva dalla diplomazia. Donald Trump ha parlato di “ottime discussioni” con l’Iran, mentre Stati Uniti, Iran e Oman sarebbero vicini a un’intesa temporanea per ripristinare il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il passaggio è decisivo per il mercato energetico mondiale. Una riapertura stabile ridurrebbe il rischio di scarsità di petrolio e potrebbe contenere i prezzi dell’energia nei prossimi mesi. Gli operatori stanno quindi rivedendo al ribasso le stime sull’inflazione americana, dopo che l’aumento del greggio aveva alimentato il timore di nuove pressioni sui prezzi.
A prima vista può sembrare strano che una diminuzione dell’inflazione favorisca l’oro, spesso considerato una protezione contro l’aumento del costo della vita. In questa fase, però, il mercato guarda soprattutto alla politica monetaria: meno inflazione significa minore necessità per la Federal Reserve di alzare ancora i tassi.
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Rendimenti in calo e dollaro più debole sostengono l’oro
Il rendimento del Treasury americano a dieci anni è sceso intorno al 4,61%, allontanandosi dai massimi raggiunti alla fine di luglio. Quando i rendimenti diminuiscono, si riduce il vantaggio offerto dalle obbligazioni rispetto all’oro, che non distribuisce cedole.
Anche il dollaro ha perso terreno. Il Dollar Index è sceso intorno a 99,8 punti e ha reso il metallo meno costoso per chi acquista utilizzando euro, yen o altre valute. Rendimenti più bassi e valuta americana più debole hanno quindi agito nella stessa direzione, ampliando il rialzo.
Il mercato attribuisce ora una probabilità vicina al 59% a un aumento dei tassi a settembre, contro circa il 67% del giorno precedente. Le aspettative restano comunque instabili, perché diversi esponenti della Fed continuano a considerare l’inflazione troppo elevata.
La domanda cinese aggiunge un altro sostegno
Il rialzo non dipende soltanto dalle prospettive sui tassi. Gli ETF cinesi garantiti da oro hanno registrato afflussi per 14 sedute consecutive fino a lunedì, secondo dati Bloomberg, segnalando un ritorno della domanda istituzionale.
Il World Gold Council aveva già indicato l’Asia come il principale motore degli afflussi globali nella prima metà del 2026. Gli acquisti cinesi contribuiscono a mantenere il prezzo sopra la soglia psicologica dei 4.000 dollari, anche quando il dollaro e i rendimenti tornano temporaneamente a salire.
Cosa può succedere adesso
L’attenzione si sposta sui dati americani sul lavoro. Il rapporto ADP e, soprattutto, le buste paga non agricole in uscita venerdì potranno modificare rapidamente le aspettative sulla Fed. Un mercato del lavoro ancora molto forte potrebbe riaccendere il timore di nuovi rialzi e riportare pressione sull’oro.
La corsa potrebbe rallentare anche se l’accordo sullo Stretto di Hormuz dovesse fallire. Un nuovo aumento del petrolio farebbe risalire le aspettative di inflazione e i rendimenti, ricreando lo scenario che aveva penalizzato il metallo nelle settimane precedenti.
La tenuta dei massimi da un mese dipenderà quindi dall’avanzamento dei negoziati, dall’andamento dei rendimenti americani e dalla continuità degli acquisti asiatici. Il rialzo del 5 agosto non nasce da una semplice fuga verso i beni rifugio, ma dall’intreccio tra petrolio, tassi, dollaro e domanda finanziaria.
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