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Quanto costerà a Eni l’introduzione per un mese di un tetto ai prezzi del carburante? E quanto potrebbe pesare sui conti del Cane a Sei Zampe un eventuale proroga della misura? Ma soprattutto per Eni è più conveniente il sacrificio volontario sui margini implicito nel price cap oppure il rischio di una paventata tassazione sugli extraprofitti? E infine il price cap introdotto avrà ripercussioni sul possibile dividendo straordinario di Eni?

Sono queste quattro le domande che stanno accompagnando il debutto del price cap sulla benzina di Eni. La misura è partita oggi 28 settembre e si è già tradotta in un vero assalto alle pompe Enilive di tutta Italia. Tutto questo mentre le azioni del Cane a Sei Zampe corrono in borsa a dimostrazione concreta che gli investitori non hanno bocciato la decisione di introdurre un tetto al prezzo del carburante. E allora iniziamo a dare le giuste risposte alle domande che abbiamo posto ad inizio articolo.

Price cap Eni: vale 100 milioni in un mese

Il numero da cui partire per valutare la misura è 100 milioni di euro. È questa, secondo le stime di Banca Akros, l’esposizione economica lorda che il price cap potrebbe determinare per Eni nel primo mese di applicazione. La stima nasce dal differenziale tra i prezzi di mercato e quelli fissati da Eni e dai volumi storici della rete retail italiana. Se il gap attuale e i volumi restassero invariati per tre mesi, l’esposizione cumulata arriverebbe a circa 300 milioni di euro.

Non si tratta però di una previsione sui risultati di Eni. È una semplice estrapolazione: il costo effettivo dipenderà dall’andamento delle quotazioni internazionali, dai volumi venduti e soprattutto dalla distanza tra il prezzo di mercato e quello massimo applicato alla rete.

Anche Equita arriva a una conclusione molto vicina: 85-100 milioni di euro per un mese di price cap. Se invece la misura fosse estesa all’intero quarto trimestre, la stima dell’impatto salirebbe a circa 250-300 milioni di euro.

Insomma, lato investitore, la dimensione del “sacrificio” è abbastanza semplice da fotografare: Eni mette sul piatto circa 100 milioni per il primo mese, con la possibilità di arrivare nell’ordine dei 300 milioni se il provvedimento dovesse proseguire per tre mesi nelle condizioni attuali.

Come funziona il tetto alla benzina di Eni

Il meccanismo di funzionamento del price cap è altrettanto semplice. Dal 28 settembre Eni applica sui carburanti commercializzati da Enilive un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il diesel.

Il tetto si colloca circa 17 centesimi al litro sotto gli attuali livelli medi di mercato. La misura è stata prevista inizialmente per 30 giorni, con possibilità di proroga fino alla fine dell’anno in funzione dell’evoluzione dei prezzi e delle condizioni di approvvigionamento. Il costo per Eni deriva quindi dal fatto che, in presenza di prezzi di mercato superiori al tetto, la società rinuncia a trasferire integralmente quel maggior costo sul consumatore.

Il Cane a Sei Zampe ha presentato la decisione come un intervento a sostegno dei consumatori, ricordando di avere già assorbito una parte dell’aumento delle quotazioni internazionali del greggio dall’inizio di marzo visto che il rialzo è stato trasferito solo parzialmente sui prezzi raccomandati alla rete.

Questa la situazione. Ma quanto costa questa scelta e cosa riceve Eni in cambio?

Price cap o tassa sugli extraprofitti: cosa cambia per Eni

È proprio qui che entra in gioco la valutazione di Equita. Secondo gli analisti, il price cap è leggermente negativo sul piano economico, ma può essere visto come moderatamente positivo sul fronte regolatorio e politico. Il motivo è che il costo volontario sostenuto da Eni, stimato in 85-100 milioni per un mese, appare gestibile e potrebbe risultare meno penalizzante rispetto all’alternativa della paventata tassazione sugli extraprofitti.

Il confronto è quindi diretto. Con il price cap, Eni rinuncia volontariamente a una parte del margine sulla vendita dei carburanti, con un costo stimato nell’ordine di 100 milioni per il primo mese. Con una tassa sugli extraprofitti, invece, il prelievo sarebbe deciso dal legislatore e potrebbe avere caratteristiche e dimensioni differenti.

Secondo la sim milanese, proprio questo elemento rende la misura del price cap potenzialmente meno negativa per Eni rispetto all’ipotesi di un intervento fiscale straordinario. Il tetto al prezzo di benzina e diesel che è stato introdotto, quindi, può essere letto come un costo controllabile che viene sostenuto oggi da Eni per ridurre il rischio di un prelievo fiscale più pesante domani. La stessa Equita invita comunque a monitorare il profilo antitrust e concorrenziale, soprattutto nel caso in cui il tetto venisse esteso nel tempo e producesse pressioni sui concorrenti con un livello di integrazione inferiore rispetto a Eni. Per ora, tuttavia, nell’analisi degli esperti questo aspetto secondario non viene considerato una criticità immediata.

Il dividendo straordinario Eni non è minacciato dal price cap

Lo diciamo chiaramente per evitare ogni fraintendimento: l’iniziativa sui carburanti non sposta in alcun modo la possibilità che Eni distribuisca un straordinario a ottobre.

Il Cane a Sei Zampe dovrà decidere se attivare la distribuzione extra della cedola sulla base delle condizioni previste dalla propria politica di remunerazione. La regola a suo tempo stabilita dal gruppo prevede infatti che, con un prezzo del Brent superiore a 90 dollari oppure con un incremento superiore al 50% del prezzo del gas o dei margini di raffinazione rispetto allo scenario di riferimento, il 100% dell’ulteriore incremento di CFFO possa essere restituito agli azionisti sotto forma di dividendo straordinario.

Il costo del price cap, che come abbiamo visto è stimato dagli analisti in 85-100 milioni di euro per il primo mese, non cancella quindi la possibilità della remunerazione straordinaria prevista dalla politica del gruppo.

Senza dilungarci più di tanto, restiamo davanti a due elementi distinti che non si intersecano tra loro: da una parte Eni rinuncia a una quota di margine sui carburanti attraverso il price cap, dall’altra resta in piedi il meccanismo che può portare a una distribuzione aggiuntiva di cassa agli azionisti.

La decisione definitiva sul dividendo Eni straordinario quindi, resterà legata alle condizioni previste dalla politica di remunerazione e all’evoluzione dello scenario di mercato.

Azioni Eni in rialzo: il mercato non teme il price cap

Come abbiamo accennato ad inizio articolo, per adesso la borsa sembra guardare oltre il costo immediato del tetto al prezzo del carburante e non lo giudica una penalizzazione sulla visibilità. Nel pomeriggio le azioni Eni salgono del 2% a 24,59 euro portando all’8% il guadagno dell’ultimo mese e al 50% quello da inizio anno. Eni è addirittura tra le migliori azioni di tutto il Ftse Mib. Vero è che ad impattare positivamente sulla quotata è il nuovo rialzo del prezzo del petrolio, tuttavia è chiaro che non c’è una sconfessione della misura sulla price cap.

L’impressione è che tra gli investitori stia prevalendo una view concentrata sull’essenziale: circa 100 milioni di esposizione nel primo mese, 250-300 milioni nell’ipotesi di estensione all’intero trimestre e un possibile beneficio indiretto se la misura riducesse il rischio di una tassazione straordinaria sugli extraprofitti.

La variabile da seguire adesso è soprattutto una: quanto durerà il price cap. Come spiegato dagli analisti, infatti, un intervento limitato a 30 giorni ha un peso sui conti ben diverso da una proroga fino alla fine dell’anno. E potrebbe essere proprio l’evoluzione di questo differenziale tra costo immediato e durata della misura a determinare l’impatto effettivo sulla storia delle azioni Eni in borsa.

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Questo articolo è stato redatto a solo scopo informativo e non si può considerare in alcun modo un’indicazione operativa. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità sull’utilizzo delle informazioni riportate.