Le previsioni sul prezzo del petrolio stanno cambiando rapidamente mentre le quotazioni del greggio continuano a correre senza dare segnali di inversione della rotta. A inizio della nuova settimana, il Brent si muove infatti sopra i 107 dollari al barile, con il contratto future scadenza novembre in rialzo del 2,25%, mentre il WTI ottobre sale del 2,33% a 102,83 dollari.
A spingere le quotazioni è soprattutto il deterioramento del quadro geopolitico in Medio Oriente, con lo Stretto di Hormuz praticamente bloccato e nuovi rischi sulle rotte alternative utilizzate per trasportare il greggio.
In questo contesto, centrali diventano due questioni: tanto per iniziare provare a capire quanto possa durare questa situazione e, in secondo piano, definire dove arriverà il prezzo del petrolio se le interruzioni delle forniture continueranno. Proprio questi saranno i temi della presente analisi. Partiamo però dalla messa a fuoco delle cause della nuova fiammata delle quotazioni petrolifere perchè esse sono alla base di tutto.
Indice
Prezzo petrolio: le cause del nuovo forte rialzo
Il principale driver del rally delle quotazioni petrolifere è rappresentato dall’offerta fisica di greggio. Secondo Rystad Energy, i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sono scesi a meno di 2 milioni di barili al giorno, contro gli 8-9 milioni di barili giornalieri registrati prima della ripresa della guerra il 30 agosto.
La differenza è enorme e spiega perché il mercato stia incorporando un premio crescente nei prezzi. Hormuz è infatti una delle principali arterie mondiali per il trasporto di petrolio e una riduzione così marcata dei flussi rende più difficile per gli acquirenti reperire rapidamente forniture alternative.
A complicare ulteriormente il quadro sono arrivati gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite, che hanno alimentato nuovi dubbi sulla possibilità di utilizzare senza problemi anche le rotte alternative attraverso il Mar Rosso. Gli armatori potrebbero inoltre decidere di ridurre o sospendere le traversate se gli attacchi dovessero proseguire.
I conti sono semplici da fare: meno petrolio disponibile significa maggiore competizione tra gli acquirenti. Se le interruzioni dovessero protrarsi, le società potrebbero essere costrette ad attingere maggiormente alle scorte per compensare la riduzione delle consegne. Ed è proprio il livello delle riserve a rappresentare un altro elemento di pressione.
Scorte globali di petrolio in calo: perché il mercato teme nuovi rialzi
L’Energy Information Administration (EIA) ha già rivisto al rialzo le proprie stime sul petrolio, proprio alla luce del rapido deterioramento delle scorte globali e della perdita di forniture provenienti dal Medio Oriente.
Dall’inizio dell’anno le scorte mondiali sono diminuite di circa 400 milioni di barili e, secondo l’agenzia statunitense, il calo è destinato a proseguire fino alla fine del 2026. La ragione è legata alla permanenza di una quota significativa della produzione e delle esportazioni mediorientali su livelli ridotti.
L’EIA ha quindi portato a circa 91 dollari al barile la previsione media per il Brent spot nel 2026, con un incremento di quasi il 5% rispetto alla precedente stima. Per il WTI la previsione è salita a 84,65 dollari.
Questi valori, tuttavia, sono medie annuali e non rappresentano un vero target di breve termine. Con il Brent già oltre 107 dollari, il mercato sta infatti scontando una situazione molto più tesa rispetto allo scenario medio incorporato nelle precedenti proiezioni.
Previsioni prezzo petrolio: dove può arrivare il Brent a fine 2026
Le indicazioni più aggiornate degli analisti lasciano intuire che il livello attuale possa a ancora non essere considerato necessariamente come il punto massimo del movimento. UBS ha alzato a 95 dollari la previsione sul Brent per la fine del 2026, dai precedenti 85 dollari, mentre per marzo 2027 indica 90 dollari. Gli analisti della banca svizzera vedono poi il greggio a 85 dollari entro metà 2027 e conferma una previsione di 80 dollari per settembre dello stesso anno.
Anche Hong Leong IB ha modificato le proprie stime, portando da 80 a 90 dollari la previsione media del Brent per il 2026 e indicando un intervallo di 95-100 dollari verso la fine dell’anno.
Sono quindi previsioni che, allo stato attuale, risultano inferiori alle quotazioni spot osservate a inizio settimana. Questo perché gli analisti stanno evidentemente assumendo che l’attuale shock sulle forniture non rimanga invariato per tutto il periodo.
La variabile decisiva resta infatti la durata delle interruzioni. Se Hormuz continuerà a registrare flussi estremamente ridotti e le tensioni si estenderanno alle rotte alternative, il mercato potrebbe mantenere un premio molto più elevato rispetto agli scenari centrali delle banche d’affari.
Dove arriverà il prezzo del petrolio se il trend continua
Per capire dove potrebbe arrivare il prezzo del petrolio, occorre quindi guardare oltre i target medi degli analisti e considerare lo scenario nel quale l’attuale squilibrio tra domanda e offerta dovesse accentuarsi.
Il primo livello tecnico indicato dagli operatori è quello dei 104 dollari sul Brent: essendo stato superato, il mercato ha acquisito ulteriore forza. Una permanenza stabile sopra questa soglia potrebbe aprire spazio verso 113 dollari al barile, primo obiettivo di una nuova estensione rialzista.
Da qui, in presenza di ulteriori interruzioni delle forniture, il successivo riferimento diventerebbe quota 120 dollari. Si tratterebbe di uno scenario decisamente più aggressivo rispetto alle previsioni medie di UBS e Hong Leong IB, ma coerente con un mercato nel quale la disponibilità fisica di greggio continuasse a ridursi rapidamente.
Il rischio opposto è altrettanto evidente. Un accordo di pace o un miglioramento concreto del quadro geopolitico potrebbe ridurre rapidamente il premio legato all’offerta e provocare una correzione delle quotazioni. Per questo, nelle prossime settimane, il petrolio resterà particolarmente sensibile alle notizie provenienti dal Medio Oriente.
Tirando quindi le somme, il quadro attuale sembra favorire ancora il rialzo: Brent e WTI sono sopra quota 100 dollari, le scorte globali sono in diminuzione e i flussi attraverso Hormuz restano fortemente compressi. Se queste condizioni dovessero proseguire senza una normalizzazione delle forniture, il Brent avrebbe spazio prima verso 113 dollari e successivamente verso 120 dollari. Se invece le tensioni si attenuassero, i prezzi potrebbero rapidamente riavvicinarsi ai livelli indicati dagli analisti per fine 2026.
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