
Il prezzo del petrolio torna a correre (qui la nostra analisi 10 giorni fa) e il mercato ricomincia a interrogarsi su uno scenario che sembrava estremo fino a poche settimane fa: un nuovo shock energetico. Il Brent si è riportato in area 96 dollari al barile, sui livelli più alti da circa sei settimane, mentre il WTI americano segue il movimento con rialzi sostenuti.
La spinta non arriva da una domanda improvvisamente più forte, ma dal rischio di offerta. Le tensioni in Medio Oriente stanno coinvolgendo due snodi decisivi per il commercio globale di greggio: lo Stretto di Hormuz e il Bab el-Mandeb, porta di accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Se il problema restasse limitato a minacce e ritardi, il mercato potrebbe assorbire il premio geopolitico. Se invece le interruzioni diventassero più lunghe, il prezzo del petrolio avrebbe spazio per salire ancora.
Perché il Brent corre verso quota 100 dollari
Il rialzo delle ultime sedute nasce dalla paura che le petroliere debbano evitare alcune rotte o attendere autorizzazioni più complesse per transitare. Hormuz è particolarmente sensibile perché da lì passa una quota enorme del petrolio mondiale. Anche una riduzione parziale dei flussi può cambiare in fretta le aspettative degli operatori.
Il secondo fronte è il Bab el-Mandeb. Le tensioni nello Yemen e gli attacchi nell’area del Mar Rosso aumentano il rischio per le esportazioni dirette verso l’Europa. Quando due colli di bottiglia entrano contemporaneamente nella stessa crisi, il mercato, oltre al petrolio disponibile, guarda anche alla possibilità concreta di trasportarlo in sicurezza.
Per questo il Brent vicino a 100 dollari è il prezzo di un rischio logistico che sta diventando sempre più alto.
Lo scenario Goldman: 80 dollari base, oltre 120 nello stress
Goldman Sachs continua a considerare più probabile una normalizzazione graduale. Nello scenario centrale, la banca d’affari vede il Brent a 80 dollari nel quarto trimestre 2026 e a 75 dollari nel 2027. Questa previsione presuppone un allentamento delle tensioni e una domanda globale non abbastanza forte da sostenere prezzi molto più elevati per mesi.
Lo scenario alternativo è più pesante. Se Hormuz restasse compromesso e i problemi si estendessero al Mar Rosso, il Brent potrebbe superare 120 dollari. Alcune analisi più aggressive citano anche 150 dollari o persino 200 dollari, ma si tratta di ipotesi estreme: per arrivarci servirebbe una carenza globale prolungata, con rotte bloccate, scorte sotto pressione e domanda ancora resistente.
Cosa può frenare il rialzo
Anche la domanda cinese resta una variabile decisiva per il mercato: se Pechino rallenta gli acquisti o l’economia globale perde slancio, una parte della pressione sui prezzi può rientrare. Anche i consumatori tendono a ridurre consumi e spostamenti quando benzina e gasolio diventano troppo cari.
C’è poi il ruolo delle scorte e delle riserve strategiche. In una crisi breve possono aiutare a stabilizzare il mercato, ma se la crisi diventa lunga, servono solo a guadagnare tempo.
Effetto immediato sui carburanti
Il rialzo del greggio si sta già riflettendo sui carburanti. In Italia, i prezzi medi comunicati dal MIMIT il 23 luglio indicano benzina self a 1,993 euro al litro e gasolio self a 2,183 euro. Il diesel resta particolarmente sensibile perché il mercato europeo dei distillati è già teso e i margini di raffinazione sono elevati.
Per famiglie e imprese, il rischio è molto alto: un petrolio stabilmente sopra quota 100 dollari può riaccendere l’inflazione, complicare le decisioni delle banche centrali e pesare sui costi di trasporto.
La risposta alla domanda che titola questo articolo, quindi, è prudente: il petrolio non è ancora “esploso”, ma il mercato sta prezzando un rischio molto più serio rispetto a giugno. Se Hormuz e Mar Rosso restano sotto pressione, quota 100 dollari può diventare solo una tappa intermedia. Se invece le tensioni rientrano, il rally potrebbe sgonfiarsi con la stessa rapidità con cui è partito.
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