la nuova settimana si è aperta con il petrolio che è tornato ad essere improvvisamente il baricentro dei mercati finanziari. Dopo alcuni mesi in cui sembrava essersi consolidato uno scenario di relativa normalizzazione, il quadro è cambiato ancora una volta in modo radicale. Le quotazioni del greggio hanno ripreso a salire con decisione, riportando gli investitori a confrontarsi con il principale fattore che da sempre influenza questo mercato: il rischio geopolitico.
A riaccendere la corsa del Brent e del WTI sono stati il nuovo deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Iran e la decisione di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio. Ed ecco che si apre quindi l’ennesima nuova fase di una “storia” in corso oramai dallo scorso fine febbraio quando gli Usa attaccarono l’Iran. Un ennesimo nuovo capitolo caratterizzato da una maggiore volatilità e dinanzi al quale chi è investito può fare una sola cosa: capire se il rialzo delle quotazioni petrolifere sia destinato a proseguire oppure rappresenti solo una reazione emotiva ai nuovi sviluppi internazionali. Ma partiamo dall’inizio, ovvero motivi del nuovo rally del prezzo del greggio.
Perché il petrolio è tornato a correre
La nuova accelerazione del greggio è scaturita da un improvviso peggioramento dello scenario geopolitico. Gli attacchi statunitensi contro obiettivi iraniani e la successiva risposta di Teheran hanno riportato in primo piano il rischio di un’interruzione delle forniture energetiche provenienti dal Golfo Persico.
Il mercato ha reagito immediatamente. Il Brent, riferimento internazionale per il prezzo del greggio, è balzato fino a 78,86-78,96 dollari al barile, con un rialzo prossimo al 4%, mentre il WTI, benchmark del mercato americano, è salito fino a 74,02-74,26 dollari, registrando anch’esso un progresso di circa il 4%.
Il verde assume ancora maggior peso se si considera che solo pochi giorni fa entrambe le qualità di greggio erano tornate sui livelli precedenti allo scoppio della guerra con l’Iran. Il mercato aveva infatti accolto positivamente il raggiungimento di un accordo provvisorio tra le parti e la ripresa del traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Quel clima di maggiore fiducia è però durato pochissimo.
Il ritorno delle tensioni ha spinto gli investitori a ricomprare rapidamente contratti futures sul petrolio, incorporando nuovamente un premio per il rischio legato alla possibile riduzione dell’offerta globale.
Lo Stretto di Hormuz resta il vero barometro del mercato
Il motivo della forte reazione delle quotazioni risiede nell’importanza strategica dello Stretto di Hormuz. Si tratta del principale collegamento marittimo tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, attraversato ogni giorno da una parte consistente delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale.
Quando questa rotta viene minacciata, i mercati tendono a prezzare immediatamente il rischio che una quota significativa del greggio possa non raggiungere i Paesi importatori. Anche senza un’effettiva interruzione dei flussi, è sufficiente il timore di una possibile riduzione dell’offerta per provocare un forte aumento delle quotazioni.
È proprio questo il meccanismo che si sta osservando in queste ore. Gli operatori non stanno reagendo tanto alla quantità di petrolio effettivamente mancante, quanto alla probabilità che possano verificarsi difficoltà logistiche nelle prossime settimane.
Un ruolo importante lo svolgono anche i mercati asiatici. Le prime indicazioni arrivate da Tokyo, quando le borse occidentali erano ancora chiuse,avevano già evidenziato una corsa agli acquisti sui futures di Brent e WTI. Poiché il mercato del petrolio opera praticamente senza interruzioni durante tutta la giornata, ogni aggiornamento geopolitico viene incorporato quasi in tempo reale nelle quotazioni.
Proprio questo aspetto rende il greggio uno degli asset finanziari più sensibili agli eventi internazionali, con movimenti spesso molto rapidi ogni volta che aumenta il rischio di uno shock dal lato dell’offerta.
Perché il mercato resta sorprendentemente equilibrato
Nonostante il nuovo balzo delle quotazioni, molti analisti continuano a ritenere sorprendente la relativa moderazione dei prezzi rispetto ai rischi attualmente presenti.
Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il mercato continua infatti a mostrare una resilienza difficile da spiegare esclusivamente con i fondamentali. Da circa cinque mesi l’offerta mondiale sarebbe inferiore alla domanda di circa cinque milioni di barili al giorno, un deficit superiore all’intera produzione irachena. In condizioni normali uno squilibrio di queste dimensioni avrebbe probabilmente prodotto rincari ancora più marcati.
Tra le interpretazioni circolate negli ambienti finanziari compare anche una lettura politica. Alcuni osservatori ritengono che Washington abbia interesse a evitare un’impennata eccessiva dei prezzi dei carburanti, così da limitare l’impatto sull’economia americana e sul consenso interno in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Si tratta però di una spiegazione che resta priva di conferme ufficiali.
L’ipotesi ritenuta più convincente da molti operatori è invece un’altra. Dopo anni caratterizzati da guerre, sanzioni, crisi energetiche e tensioni commerciali (tutto è partito dall’invasione russa dell’Ucraina), gli investitori sembrano aver sviluppato una maggiore capacità di assorbire gli shock geopolitici. In altre parole, il mercato tende oggi a reagire con prudenza, evitando di ipotizzare automaticamente scenari estremi come accadeva in passato.
Ciò non significa però che il rischio sia scomparso. Al contrario, significa semplicemente che gli operatori attendono segnali più concreti prima di incorporare nei prezzi scenari di lungo periodo.
Quali prospettive si aprono adesso per il greggio
La direzione che prenderà il petrolio nelle prossime settimane dipenderà quasi esclusivamente dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente.
Se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse trasformarsi in un blocco prolungato del traffico commerciale, il mercato potrebbe assistere a un ulteriore rialzo delle quotazioni. Il rischio aumenterebbe ancora di più nell’eventualità in cui l’Iran decidesse di introdurre pedaggi per il passaggio delle petroliere oppure limitazioni aggiuntive alle esportazioni, riducendo concretamente i volumi disponibili sul mercato internazionale.
In uno scenario di questo tipo il premio per il rischio continuerebbe ad aumentare e il Brent potrebbe consolidarsi su livelli ben superiori a quelli attuali.
Esiste però anche uno scenario alternativo. Se le tensioni diplomatiche dovessero rientrare rapidamente e il traffico marittimo tornasse regolare, il mercato potrebbe eliminare parte del premio geopolitico accumulato negli ultimi giorni, favorendo una graduale normalizzazione delle quotazioni. Insomma le prospettive sono le solite.
Nessuno può sapere cosa potrebbe accadere ma per adesso la lezione è chiara: il petrolio è tornato a essere un mercato dominato dagli eventi geopolitici più che dai fondamentali di breve periodo. In questo contesto la volatilità resterà probabilmente elevata e ogni sviluppo proveniente dal Golfo Persico potrà tradursi in movimenti significativi del Brent e del WTI.
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