Il forte rialzo del prezzo del petrolio, alimentato dalle nuove tensioni tra Stati Uniti e Iran e dalla decisione di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz, sta sostenendo gran parte del comparto energetico a Piazza Affari. Eppure c’è un’eccezione che non passa inosservata agli investitori: Saipem. Mentre titoli petroliferi come Eni beneficiano direttamente del nuovo slancio del greggio, il gruppo dell’ingegneria energetica continua a muoversi in controtendenza. In avvicinamento al giro di boa delle 13:30, le azioni Saipem cedono l’1,2% a 4,35 euro, mentre Eni guadagna circa il 2,1% a 21,2 euro, sfruttando appieno il ritorno dell’interesse sul settore oil.
Il confronto mette in evidenza una divergenza che merita attenzione. Nell’ultimo mese Saipem ha perso circa il 7%, dopo essere scesa dai massimi di metà giugno, quando quotava oltre 4,7 euro. Nonostante questa correzione, il bilancio degli ultimi dodici mesi resta estremamente positivo, con un progresso di circa l’81%, segno che il trend di fondo continua a essere favorevole. La debolezza odierna sembra quindi riconducibile più a fattori specifici societari che non al contesto energetico, oggi decisamente favorevole.
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Perché Saipem non beneficia del rialzo del petrolio
A differenza di una compagnia petrolifera integrata come Eni, Saipem non è direttamente esposta all’andamento del prezzo del greggio. Il gruppo opera principalmente nei servizi di ingegneria, costruzione e perforazione per l’industria energetica, beneficiando del petrolio elevato soprattutto quando questo stimola nuovi investimenti da parte delle grandi compagnie oil & gas.
Per questo motivo il collegamento tra prezzo del petrolio e andamento del titolo è meno immediato. In presenza di un improvviso rally del greggio, gli investitori tendono inizialmente a privilegiare i produttori di petrolio, che vedono migliorare quasi istantaneamente le prospettive di ricavi e margini.
Saipem beneficia invece di questo scenario solo in una fase successiva, quando i maggiori flussi di cassa delle compagnie energetiche si traducono in nuovi contratti, maggiori investimenti offshore e incremento delle attività di ingegneria e costruzione.
La seduta odierna sembra quindi confermare questa dinamica. Il comparto energetico è sostenuto dall’impennata del Brent, ma gli operatori stanno concentrando gli acquisti soprattutto sui produttori di petrolio, lasciando in secondo piano i titoli dei servizi petroliferi.
A questa spiegazione se ne aggiunge però un’altra, probabilmente ancora più rilevante nel breve periodo, che riguarda direttamente il futuro della fusione tra Saipem e Subsea 7.
L’ipotesi di un’indagine Antitrust pesa sul sentiment degli investitori
Il principale elemento che potrebbe spiegare la debolezza del titolo riguarda infatti le indiscrezioni secondo cui la Commissione Europea sarebbe orientata ad avviare un’indagine antitrust approfondita sulla prevista fusione tra Saipem e Subsea 7.
L’operazione, annunciata lo scorso anno, punta alla nascita di un campione globale nei servizi offshore per il settore energetico, combinando le competenze delle due società nelle attività di ingegneria, costruzione, perforazione e installazione di infrastrutture sottomarine.
Secondo le indiscrezioni circolate sul mercato, al termine della revisione preliminare prevista per il 22 luglio, Bruxelles potrebbe decidere di aprire una fase di approfondimento per valutare i possibili effetti dell’operazione sulla concorrenza nel mercato europeo.
Uno scenario di questo tipo rappresenterebbe un elemento di incertezza per gli investitori. Un’indagine approfondita non implica necessariamente uno stop alla fusione, ma comporterebbe inevitabilmente tempi più lunghi e una maggiore complessità nell’iter autorizzativo.
Le fonti vicine al dossier ritengono inoltre poco probabile che le due società riescano a evitare l’indagine attraverso rimedi volontari. Tra le possibili richieste dell’Antitrust potrebbero figurare la cessione di alcune attività, una riduzione della capacità operativa oppure la vendita di parte della flotta navale per ridurre eventuali concentrazioni di mercato.
Il tema non riguarda soltanto l’Europa. La scorsa settimana anche l’autorità australiana della concorrenza ha avviato un’indagine approfondita sulla stessa operazione, ritenendo che la fusione possa ridurre la concorrenza in alcuni segmenti chiave dei servizi offshore destinati al settore petrolifero e del gas.
Queste notizie stanno inevitabilmente inducendo parte del mercato ad assumere un atteggiamento più prudente sul titolo, almeno fino a quando non emergeranno indicazioni più chiare sull’esito del processo autorizzativo.
La fusione resta strategica, ma il mercato guarda al 22 luglio
Paradossalmente, proprio l’operazione oggi al centro delle preoccupazioni rappresenta anche uno dei principali elementi di valore per il futuro di Saipem.
La combinazione con Subsea 7 darebbe infatti vita a un leader mondiale nei servizi offshore, con una presenza globale e una struttura fortemente complementare sia sotto il profilo geografico sia dal punto di vista tecnologico.
La nuova realtà potrebbe contare su ricavi vicini ai 21 miliardi di euro, un Ebitda superiore ai 2 miliardi, una capacità di generare oltre 800 milioni di euro di free cash flow e un portafoglio ordini aggregato pari a circa 43 miliardi di euro. Gli azionisti delle due società deterranno quote paritetiche, pari al 50% del capitale della nuova entità.
Le sinergie attese rappresentano uno degli aspetti più interessanti dell’operazione. Il management stima infatti benefici annuali nell’ordine di 300 milioni di euro a partire dal terzo anno successivo al completamento della fusione, a fronte di costi una tantum di circa 270 milioni necessari per realizzare l’integrazione.
Nel lungo periodo, quindi, il progetto continua a essere considerato strategico per rafforzare il posizionamento competitivo del gruppo e migliorare la capacità di competere nei grandi progetti offshore a livello mondiale.
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Nel breve termine, però, il mercato sembra privilegiare la prudenza. Il rally del petrolio non è stato sufficiente a compensare l’incertezza regolatoria, e questo spiega perché oggi Saipem stia sottoperformando il resto del comparto energetico.
Per gli investitori il prossimo appuntamento chiave resta quindi il 22 luglio, quando la Commissione Europea dovrebbe chiarire quale strada intende seguire. Un via libera senza condizioni rappresenterebbe probabilmente un importante catalizzatore positivo per il titolo. Al contrario, l’apertura di un’indagine approfondita rischierebbe di prolungare la fase di volatilità, pur senza compromettere necessariamente le prospettive industriali di un’operazione che continua a essere considerata trasformativa per il gruppo.
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