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Il petrolio è pronto a presentarsi all’appuntamento con il mese di luglio in una fase di apparente equilibrio, ma caratterizzata da un livello di incertezza ancora molto elevato. Nell’ultima sessione di giugno, il WTI oscilla infatti in area 70 dollari al barile, mentre le trattative tra Stati Uniti e Iran proseguono dopo gli attacchi incrociati del fine settimana. La percezione del mercato, tuttavia, sta cambiando rispetto a pochi giorni fa. Se nella fase più acuta delle tensioni geopolitiche gli operatori temevano un’escalation capace di spingere rapidamente le quotazioni verso nuovi massimi, oggi prevale uno scenario più prudente, nel quale il premio per il rischio si sta progressivamente riducendo pur senza scomparire del tutto.

L’ultima seduta di giugno sembra confermare questa impostazione. Il WTI sta cedendo lo 0,64% riportandosi a 70,30 dollari al barile, mentre il Brent sta lasciando sul terreno oltre l’1%. E’ evidente che gli investitori stiano progressivamente ricalibrando le aspettative sulla crisi mediorientale.

E sulla base di questo ci andiamo subito a chiedere quale sarà il prezzo del petrolio a luglio 2026.

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Scenario ribassista: il mercato torna a guardare ai fondamentali

Dal punto di vista tecnico la soglia dei 70 dollari sarà il livello chiave da monitorare per tutto il mese di luglio. E’ oramai assodato che proprio quota 70 dollari ha buone probabilità di essere la linea di demarcazione che separa una fase di consolidamento dall’avvio di una correzione più profonda dei prezzi.

Qualora il WTI dovesse stabilizzarsi sotto questo livello, aumenterebbero le probabilità di un ritorno verso i primi supporti in area 69 dollari che è la zona dei minimi più recenti. Ragionando per ipotesi, una rottura più convincente potrebbe addirittura estendere il movimento anche fino a quota 65,50 dollari.

Questo scenario si basa su un presupposto ben preciso: il processo di distensione tra Stati Uniti e Iran prosegue senza grandi incidenti (oramai il mercato sembra aver imparato a digerire la scaramucce e le bordate di Trump e dei Pasdaran) e quindi il petrolio mediorientale passa tranquillamente Hormuz e raggiunge regolarmente i mercati internazionali. In questa situazione tornerebbero a prevalere i fattori fondamentali, con un’offerta ritenuta sufficiente a soddisfare la domanda mondiale e con gli operatori meno propensi a incorporare un premio per il rischio geopolitico.

Resta comunque poco probabile, almeno allo stato attuale, un affondo stabile ben al di sotto di 65 dollari (una sorta di prospettiva ultra-ottimistica). Le tensioni nell’area non sono infatti risolte e qualsiasi deterioramento del quadro potrebbe riportare rapidamente volatilità sulle quotazioni.

Scenario rialzista: basta poco per riaccendere la corsa

L’ipotesi alternativa resta quella di una nuova accelerazione dei prezzi, favorita da un peggioramento del contesto geopolitico.

Il dialogo tra Washington e Teheran procede infatti parallelamente a una situazione militare che rimane estremamente fragile. Ogni nuova escalation, così come eventuali minacce allo Stretto di Hormuz, potrebbe riattivare rapidamente gli acquisti speculativi sul greggio.

Dal punto di vista grafico il primo obiettivo rialzista andrebbe a coincidere con l’area dei 75 dollari al barile, livello che rappresenta la principale resistenza di breve periodo. Solo un ritorno stabile sopra tale soglia consentirebbe al mercato di tornare a ipotizzare movimenti più estesi verso quota 80 dollari.

Il punto centrale è che il mercato appare oggi molto meno sensibile alle notizie rialziste rispetto a quanto accadeva nelle settimane precedenti. Gli investitori sembrano infatti aver assimilato uno scenario di graduale normalizzazione della crisi e, in assenza di eventi realmente dirompenti, tendono a prendere profitto più facilmente dopo ogni recupero delle quotazioni.

Le probabilità del mercato: luglio dovrebbe ruotare intorno ai 70 dollari

Un’indicazione interessante arriva anche dai mercati previsionali, che fotografano in tempo reale le aspettative degli operatori.

Secondo i dati di Polymarket aggiornati al 30 giugno, la probabilità che il WTI tocchi i 70 dollari nel corso di luglio raggiunge il 94%, una percentuale che riflette come questo livello venga ormai considerato il punto di equilibrio dello scenario centrale. Non manca però chi continua a scommettere su una nuova fase di rialzo. La possibilità di vedere il petrolio risalire fino a 80 dollari viene stimata intorno al 41%, mentre uno scenario molto più estremo con quotazioni oltre 90 dollari raccoglie soltanto il 15% delle probabilità.

Sul fronte opposto, un ritorno verso i 65 dollari mantiene comunque un peso non trascurabile, con una probabilità del 45%. Proprio quest’ultima previsione evidenzia come il mercato continui a considerare plausibile una fase di debolezza qualora il processo di distensione diplomatica dovesse consolidarsi ancora di più.

Dove andrà il prezzo del petrolio a luglio 2026? Tiriamo le somme

Unendo tutti i puntini, il quadro che sembra emergere a fine giugno per il prossimo mese è quello dell’equilibrio instabile. Il livello dei 70 dollari rappresenta oggi il baricentro delle aspettative, ma la direzione definitiva delle quotazioni dipenderà soprattutto dall’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran. Finché resteranno aperti sia il canale diplomatico sia il rischio di nuove tensioni militari, la volatilità continuerà a rappresentare una componente strutturale del mercato petrolifero. E con essa le occasioni operative più speculative.

La previsioni sul prezzo del petrolio nel secondo semestre 2026 hanno subito nelle scorse settimane un aggiornamento a seguito dell’accordo tra Usa e Iran. Le principali banche d’affari hanno rivisto le loro aspettative sul greggio nei prossimi mesi a causa del cambio di quadro. Luglio sarà quindi il primo mese di test.

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