Il prezzo dell’oro sta attraversando una delle correzioni più violente delle ultime settimane. Dopo il crollo di quasi il 4% registrato lunedì 28 settembre, il metallo prezioso ha toccato 4.110,55 dollari l’oncia, il livello più basso dallo scorso 5 agosto.
Nella tarda mattinata di martedì 29 settembre l’oro spot resta sotto pressione e si muove nell’area dei 4.120-4.130 dollari l’oncia, dopo aver toccato un minimo intraday poco sopra 4.113 dollari. Il tentativo di recupero resta quindi modesto rispetto al crollo della seduta precedente, quando il metallo prezioso aveva perso oltre il 3%.
Il rimbalzo, però, non cancella quanto accaduto nelle ultime sedute. Dietro la discesa non c’è un singolo evento, ma una combinazione particolarmente sfavorevole per l’oro: petrolio più caro, aspettative di nuovi rialzi dei tassi negli Stati Uniti, rendimenti obbligazionari in forte crescita e dollaro più forte.
Il petrolio sta cambiando le aspettative sui tassi
Il primo tassello arriva dal mercato energetico.
Le tensioni tra Stati Uniti e Iran e l’incertezza intorno allo Stretto di Hormuz hanno riportato il petrolio sotto pressione rialzista. Il Brent è tornato sopra quota 100 dollari al barile e il mercato teme che prezzi energetici elevati possano rallentare la discesa dell’inflazione americana.
Ed è qui che la situazione diventa negativa per l’oro.
Se il petrolio mantiene elevate le pressioni sui prezzi, la Federal Reserve ha meno spazio per rendere la politica monetaria accomodante. Al contrario, gli investitori stanno aumentando le probabilità attribuite a nuovi rialzi dei tassi di interesse.
Il mercato assegna ormai una probabilità intorno al 70% a un aumento dei tassi già a ottobre, mentre per dicembre le aspettative di un ulteriore intervento sono salite vicino al 96%.
La Fed aveva già aumentato i tassi di 25 punti base a settembre.
Perché i tassi più alti fanno male all’oro
L’oro presenta una caratteristica fondamentale: non paga interessi.
Quando i rendimenti delle obbligazioni sono bassi, rinunciare a una cedola per detenere oro comporta un costo relativamente contenuto. Se invece Treasury e altri strumenti obbligazionari iniziano a offrire rendimenti più elevati, detenere il metallo prezioso diventa relativamente meno interessante.
Negli Stati Uniti il movimento è stato particolarmente forte. Il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2007, mentre anche quello a due anni, particolarmente sensibile alle aspettative sui tassi Fed, è salito rapidamente.
La pressione sull’oro arriva quindi da due direzioni: cresce il rendimento ottenibile su strumenti alternativi e aumenta anche il costo di finanziamento delle posizioni speculative sul metallo.
Anche il dollaro sta spingendo il prezzo verso il basso
Il secondo effetto della prospettiva di tassi americani più alti riguarda il dollaro.
La valuta statunitense si è rafforzata fino a muoversi vicino ai massimi degli ultimi due mesi. Poiché l’oro viene quotato internazionalmente in dollari, una valuta americana più forte rende il metallo più costoso per chi acquista utilizzando euro, yen o altre monete.
Nella seduta del 28 settembre si è quindi creata una combinazione particolarmente negativa: Treasury in rialzo, dollaro forte e aspettative di una Fed più restrittiva.
È proprio questo insieme di fattori ad aver fatto saltare prima l’area dei 4.300 dollari e successivamente il supporto intorno ai 4.200 dollari, accelerando le vendite.
Gli investitori stanno riducendo le posizioni sull’oro
Ci sono poi segnali che mostrano come parte del mercato avesse già iniziato a ridurre l’esposizione.
I dati CFTC aggiornati al 22 settembre indicano che le posizioni nette lunghe dei money manager erano scese ai livelli più bassi dalla fine di luglio.
Anche gli ETF garantiti fisicamente dall’oro hanno registrato nella settimana precedente deflussi per circa 1,6 tonnellate, pur mantenendo masse complessive ancora molto elevate.
A questo si aggiunge un indebolimento della domanda fisica in Cina: i premi pagati dagli acquirenti cinesi rispetto alle quotazioni internazionali sono scesi fino ad azzerarsi in vista delle festività di inizio ottobre.
Il piccolo recupero del 29 settembre cambia lo scenario?
Per ora è presto per dirlo.
Il rialzo dello 0,6% registrato nella mattinata di martedì riporta il prezzo sopra i 4.140 dollari, ma arriva dopo una seduta nella quale l’oro aveva perso quasi il 4%. Gli analisti interpretano il movimento soprattutto come un rimbalzo dopo vendite molto intense, più che come un cambiamento delle condizioni che hanno provocato il calo.
L’attenzione si sposta adesso sui prossimi dati macroeconomici statunitensi, in particolare occupazione e indice PCE sull’inflazione, oltre che sulle dichiarazioni dei membri della Federal Reserve.
Sono questi numeri che potranno modificare nuovamente le aspettative sui tassi. Finché petrolio, rendimenti dei Treasury e dollaro resteranno elevati, però, l’oro continuerà a confrontarsi con uno scenario molto meno favorevole rispetto a quello che aveva sostenuto la precedente fase rialzista.
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