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La seduta di borsa di ieri ha riacceso i riflettori sulle azioni AstraZeneca dopo mesi di indifferenza. L’improvviso ritorno alla ribalta è avvenuto non per una trimestrale o per dati clinici, bensì per le indiscrezioni su una possibile fusione con Bristol Myers Squibb (BMS), operazione che, nel caso in cui dovesse andare in porto, ridisegnerebbe gli equilibri dell’industria farmaceutica mondiale. Ma quanto è concreta questa ipotesi? Al di là delle suggestioni (e dati alla mano) quante probabilità ci sono che la fusione Astrazeneca – BMS possa davvero esserci? Sono proprio queste le domande che si stanno ponendo gli investitori dopo il brusco sell-off che ha colpito il titolo AZN sulla borsa di Londra.

Azioni Astrazeneca crollano: mercato già boccia fusione con BMS?

La reazione della borsa ai rumors è stata immediata con numeri spietati. Le azioni Astrazeneca hanno chiuso la seduta di ieri con un ribasso di quasi il 9%, scendendo a 115 sterline, una delle peggiori performance degli ultimi mesi. Il sell-off ha aggravato il bilancio recente del titolo, che porta ora la perdita mensile a circa il 6% e quella da inizio 2026 al 12%.

A provocare il crollo appunto le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times secondo cui AstraZeneca e Bristol Myers Squibb avrebbero avviato colloqui preliminari per valutare una possibile fusione.

La notizia è stata interpretata con molta prudenza dagli investitori. Se da un lato una simile operazione darebbe vita a uno dei più grandi gruppi farmaceutici del pianeta, con una capitalizzazione vicina ai 400 miliardi di dollari, dall’altro il mercato teme che il costo dell’operazione e le difficoltà di integrazione possano pesare sulla redditività futura di Astrazeneca.

Significativo anche il comportamento dei due titoli. Mentre AstraZeneca è stata oggetto di forti vendite a Londra, Bristol Myers Squibb ha mostrato una reazione decisamente più composta negli scambi americani, segnale che forse gli investitori stanno ritenendo il potenziale impatto dell’operazione molto più oneroso per il gruppo britannico.

Fusione Astrazeneca-BMS: perché l’operazione ha logica industriale

Dal punto di vista strategico, la combinazione tra Astrazeneca e Bristol Myers Squibb presenta numerose sinergie. Entrambe le società sono infatti tra i principali protagonisti mondiali dell’oncologia, segmento che rappresenta il cuore del loro business.

Per Astrazeneca i farmaci oncologici hanno generato circa 25 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, pari a quasi metà del fatturato complessivo. A seguire troviamo il comparto cardiovascolare, renale e metabolico, altro settore nel quale il gruppo britannico ha costruito una posizione di leadership.

Anche Bristol Myers Squibb presenta un’esposizione molto elevata all’oncologia, che nei primi sei mesi del 2026 ha rappresentato oltre il 40% del fatturato. La società americana, inoltre, arriva da un trimestre superiore alle attese, tanto da aver migliorato le proprie previsioni annuali grazie alle ottime performance di farmaci come Eliquis, oltre ai progressi di prodotti più recenti come Camzyos, Reblozyl e dell’anticoagulante sperimentale milvexian.

Proprio la complementarità delle pipeline rappresenta uno degli elementi che alimentano le indiscrezioni sulla possibile integrazione. L’unione consentirebbe infatti di rafforzare ulteriormente la presenza nei trattamenti oncologici e nelle terapie innovative, creando un portafoglio estremamente competitivo su scala globale.

A rendere ancora più interessante il dossier c’è anche il tema dei brevetti. Bristol Myers Squibb dovrà affrontare nei prossimi anni la perdita di esclusiva di alcuni farmaci chiave, dopo che Revlimid ha già visto scadere la protezione brevettuale e mentre prodotti come Opdivo ed Eliquis si avvicinano alla stessa fase. Una fusione con Astrazeneca consentirebbe di compensare almeno in parte questo rischio attraverso una pipeline molto ricca.

Quante possibilità ci sono davvero che la fusione venga realizzata?

È proprio questo il punto centrale della vicenda. Al momento parlare di fusione con strada spianata sarebbe decisamente prematuro.

Le informazioni disponibili indicano infatti che le due società avrebbero avviato soltanto colloqui preliminari, senza che sia stata raggiunta alcuna intesa definitiva. Le discussioni, secondo le indiscrezioni, andrebbero avanti da diversi mesi, ma potrebbero sia accelerare sia interrompersi senza arrivare ad alcun accordo.

Un elemento da non sottovalutare è rappresentato dal fatto che né Astrazeneca né Bristol Myers Squibb hanno confermato ufficialmente l’esistenza di negoziati. Il gruppo britannico ha scelto di non commentare le indiscrezioni, mentre la società americana non ha rilasciato dichiarazioni.

Per questo motivo la probabilità che la fusione venga realmente finalizzata non può oggi essere considerata elevata, almeno fino all’eventuale conferma ufficiale dell’avvio delle trattative.

Gli investitori, inoltre, sembrano attribuire un peso significativo ai rischi esecutivi dell’operazione. Una fusione di queste dimensioni richiederebbe infatti una complessa integrazione organizzativa, finanziaria e commerciale, oltre a un notevole impiego di capitale.

Non va dimenticato, infine, che Pascal Soriot ha costruito negli ultimi dodici anni la crescita di Astrazeneca attraverso sviluppo interno e acquisizioni mirate, evitando operazioni trasformative di questa portata. Questo rende ancora più difficile prevedere se il management sia realmente disposto a cambiare strategia con una maxi fusione.

Gli ostacoli regolamentari potrebbero fermare il deal Astrazeneca-BMS

Anche qualora le trattative dovessero trasformarsi in una proposta concreta, l’iter autorizzativo rappresenterebbe probabilmente il principale ostacolo.

L’elevata presenza di entrambe le aziende nel settore oncologico comporterebbe infatti un approfondito esame da parte delle autorità antitrust, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito e nelle altre principali giurisdizioni.

Molti farmaci delle due società competono infatti negli stessi segmenti terapeutici, con particolare riferimento ad alcune immunoterapie contro il tumore. Proprio queste sovrapposizioni potrebbero obbligare le aziende a cedere asset strategici per ottenere il via libera delle autorità.

Diversi esperti di diritto della concorrenza ritengono inoltre che un’operazione di questa portata sarebbe sottoposta a uno scrutinio particolarmente rigoroso. Il precedente dell’acquisizione di Celgene da parte di Bristol Myers Squibb rappresenta un esempio significativo: anche in quel caso le autorità imposero importanti dismissioni prima di autorizzare il deal.

Sul piano politico non mancano poi ulteriori incognite. Una fusione transatlantica coinvolgerebbe infatti uno dei principali campioni industriali britannici e uno dei leader del farmaceutico americano, alimentando inevitabilmente un dibattito sia negli Stati Uniti sia nel Regno Unito.

Alla luce di tutti questi elementi, l’ipotesi di fusione appare oggi credibile sul piano industriale ma ancora lontana dall’essere fattibile. Ed ecco allora che il tracollo registrato ieri dalle azioni AZN sembra riflettere soprattutto l’incertezza che accompagna un’operazione estremamente complessa. Staremo a vedere.

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