Lunedì scorso ha preso ufficialmente il via la stagione degli stacchi dei dividendi delle azioni italiane con sette blue chips che hanno remunerato la cedola e tra queste, sei (unica eccezione è Ferrari), che l’hanno anche pagata il mercoledì successivo (gli accrediti potrebbero essere in corso anche nei giorni seguenti per ragioni tecniche). Quello del 22 aprile è stato una sorta di anticipo di quello che vedrà il 19 maggio prossimo in occasione del dividend day 2026 di Borsa Italiana.
Insomma sta arrivando pioggia di cash. Ma come fare per fruttare al meglio la stagione degli stacchi dei dividendi di Borsa Italiana? La risposta è semplice: creando un basket di azioni che combini rendimento e solidità. Quindi non cedole singole e logica alla compro un pò di titoli per prendere la remunerazione, ma scelte organiche e strutturate.
In questo articolo vedremo come si può costruire un basket di azioni italiane sfruttando proprio le cedole riconosciute sull’esercizio 2025 dalle big del Ftse Mib. Come sempre quello esposto non è un consiglio di investimento ma unicamente uno spunto di riflessione indirizzato a quegli investitori orientati al reddito passivo da dividendo e basato sull’entità di cedole, payout e buyback di società del Ftse Mib.
Indice
Come costruire un basket di azioni da dividendo
Essendo i dividendi 2026 di Borsa Italiana i più ricchi a livello europeo, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Qui però il punto formare un basket di titoli da dividendo e vedersi così garantito un bel flusso, stacco dopo stacco. C’è quindi il problema dei criteri da usare per la scelta.
Si prendono le azioni con il più alto dividend yield e il gioco è fatto. Corretto ma incompleto perchè buona regola generale vorrebbe che il rendimento da dividendo sia combinato a una spiccata solidità. Lo dice anche ChatGpt interrogandola proprio sui limiti dell’alto dividend yield. Per l’intelligenza artificiale in alcuni casi alto rendimento da dividendo potrebbe essere un campanello di allarme dietro il cui si nascondono scarsa solidità, sfiducia del mercato e payout ratio eccessivo (addittura vicino o sopra il 100%).
Quindi il lungo comune che per creare un basket di azioni italiane da dividendo basti puntare sui migliori dividend yield è da sfatare. Le cedole devono essere sostenibili nel tempo onde evitare che in futuro ci possa essere un taglio nella remunerazione degli azionisti.
Sostenibilità significa che la percentuale di utile netto distribuito dalla quotata agli azionisti sotto forma di dividendi sia giusta. E qui le azioni italiane danno oggettivamente il meglio di sè stesse perchè il payout medio 2026 dei titoli del Ftse Mib è attorno al 48%. Ovviamente c’è chi sta sotto come Eni che si ferma al 45%, chi appena sopra come Unicredit al 50% e chi più in alto come Enel e Poste Italiane che sono in area 70%. Ecco ragionando nell’ottica della creazione di un basket, la presenza di Eni e Unicredit darebbe quel tocco conservativo mentre quella di Enel e di Poste sarebbero espressione di un carattere più spinto ma sempre con la garanzia della sostenibilità di lungo termine.
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I 3 pilastri del basket di azioni italiane da dividendo
Siamo a Piazza Affari ed è inutile dirlo non si può prescindere dalle azioni delle banche. Il Ftse Mib è da sempre imbottito di bancari e la market cap delle banche, pesa più di tutte. Ecco perchè le azioni delle banche rappresentano la spina dorsale di una strategia orientata al rendimento da dividendo e alla solidità. Non è solo questione di singoli dividend yield belli robusti ma anche di mix tra utili forti, capitale e buyback robusti. Ovviamente ci sono una serie di “contro” potenzialmente negativi perchè le azioni bancarie risentono dell’andamento dei tassi BCE, tuttavia da esse non si può prescindere per avere un total return.
Quindi banche come primo piede del basket.
La seconda gamba include azioni del settore utility. A differenza dei bancari che hanno quasi monopolizzato lo stacco del 22 aprile, questo comparto ancora non si è visto. I dividendi riconosciuti a valere sull’esercizio 2025 sono stra-noti: ci sono gli 0,49€ di Enel (+4% anno su anno), gli 0,3121€ di Snam e poi gli 0,3962 euro di Terna. Al di là dei nomi, il punto riguarda le caratteristiche di questi flussi. Quelle delle utility sono sempre cedole prevedibili. In più (e i conti 2025 delle società che abbiamo indicato lo hanno dimostrato) gli utili sono sempre forti. Tenendo anche conto del cash flow regolati emerge un tratto ben preciso che vale tanto nella composizione di un basket che punta al rendimento salvaguardando la solidità: quello della stabilità.
Per non eccedere troppo in stabilità serve però anche un mix con la flessibilità e proprio lei è terzo caposaldo del portafoglio. Come trovare flessibilità nei dividendi 2026 delle azioni italiane? Guardando ai titoli che hanno un payout non troppo spinto ma al tempo stesso possono vantare ampi margini di crescita delle cedole negli esercizi a venire. Anche qui sul Ftse Mib l’investitore orientato al reddito può trovare ciò che li occorre per completare con la terza gamba il suo basket. Eni e Leonardo sono tre quotate che hanno le carte in regola per aumentare lentamente la loro remunerazione senza problemi di bilancio.
Leonardo, in particolare, ha fissato il target del payout tra il 30 e il 40% assumendo un preciso impegno ad aumentare il dividendo. Eni, dal canto suo, nel nuovo piano strategico ha fissato il dividendo sull’esercizio 2026 (quindi stacco 2027) a 1,1 euro, in rialzo di 5 punti percentuali sul 2025 e un payout sul flusso di cassa fino al 45%. In più buyback da 1,5 miliardi di euro (che si può portare fino a 4) e cedola straordinaria con petrolio a oltre 90 dollari al barile.
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I buyback perno del basket di azioni italiane da dividendo
A proposito di acquisti di azioni proprie, molti li snobbano. In realtà anche essi sono un supporto alla costruzione stessa del basket di titoli forti. I buyback non aumentano direttamente il dividendo… però migliorano diversi meccanismi che stanno dietro ai rendimenti. Vediamo nel dettaglio.
Quando una società riacquista le proprie azioni riduce il numero di titoli in circolazione e questo fa sì che gli utili vengano distribuiti su una base più piccola e quindi l’utile per azione (EPS) aumenti. Questa dinamica rende più semplice per la società mantenere o incrementare il dividendo nel tempo, perché ogni azione pesa di più sui profitti complessivi.
C’è poi un effetto più sottile: i buyback rappresentano una forma alternativa di remunerazione degli azionisti. Invece di ricevere tutto sotto forma di cedola, una parte del rendimento arriva attraverso l’aumento del valore relativo della propria quota. Si tratta di un meccanismo utile in un portafoglio da reddito, perché amplia la fonte del rendimento totale senza dipendere esclusivamente dal dividendo distribuito ogni anno.
E per finire, i buyback possono contribuire a sostenere il prezzo del titolo nel tempo, perché introducono una domanda costante sul mercato. Un prezzo meno volatile e meno soggetto a cadute brusche rende il rendimento da dividendo più affidabile anche dal punto di vista del capitale investito, non solo del flusso cedolare.
Questa la teorica. E per quello che riguarda la pratica? I più attenti lo avranno già intuito: ultimo step per costruire un basket solido di azioni italiane da dividendo è la focalizzazione sulle quotate con i buyback più spinti (ce ne sono vari in corso o programmati sul Ftse Mib a partire da quello di Eni).
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