Il rischio di un rialzo dell’inflazione a causa della crisi energetica provocata dalla guerra Usa-Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz è oramai una certezza. Più prolungata sarà la tensione geopolitica, più l’asticella delle aspettative di inflazione tenderà ad alzarsi. I primi segnali ci sono già tutti. Ad aprile i prezzi al consumo nell’Eurozona e in Italia hanno registrato un aumento battendo addirittura previsioni della vigilia già riviste al rialzo. E così mentre gli analisti si interrogano su quella che sarà l’inevitabile conseguenza di questo trend inatteso fino a fine febbraio, tra gli investitori più evoluti è già ricerca delle azioni da comprare con il rialzo dell’inflazione.
A differenza di quello che accade quando una certa tematica diventa trend (in epoca recente pensiamo alla difesa), in questa situazione non ci sarà un settore preciso e identificato che beneficerà del nuovo scenario. La ricerca dovrà quindi essere trasversale a livello settoriale coinvolgendo direttamente i fondamentali delle società. Inutile dire che selezionare i titoli da mettere nel portafoglio anti-inflazione sarà più complesso di ciò che a suo tempo fu scegliendo quali azioni comprare per cavalcare il boom delle spese militari.
Il punto di partenza? L’individuazione degli indicatori finanziari, tra i tantissimi disponibili, da usare per trovare le azioni che meglio si addicono al rialzo dell’inflazione. Sbagliare parametri significa partire già con il piede sbagliato e quindi anche il risultato finale sarà sballato.
Come scegliere le azioni da comprare con l’aumento dell’inflazione
Alcune società presentano caratteristiche fondamentali che permettono alle relative azioni di resistere all’aumento dell’inflazione meglio di altre. Quella che subito viene in mente è la cassa (tecnicamente espressa dal free cash flow). Già a logica, maggiore è la cassa disponibile, più alta è la capacità di resistenza al rialzo dei costi causato dall’inflazione e questo perchè cassa significa possibilità di reinvestire. Più analiticamente, un alto free cash flow (calcolato dopo aver tolto spese operative e investimenti) è il segnale che la società genera liquidità in grado di coprire debito e indebitamento.
E poi ci sono due indicatori più specifici: il rapporto debito netto e ebitda e l’interest coverage ratio.
Il primo è sentore della capacità dell’azienda di pagare i propri debiti grazie ai flussi di cassa che derivato dall’attività operativa. Senza perderci in tecnicismi il rapporto tra debito netto e Ebitda indica quanto tempo serve all’azienda per saldare tutti i debito nell’ipotesi in cui dovesse usare tutto l’Ebitda per questo scopo. Minore è il tempo, più solida e l’azienda, meno rischio ci sono dinanzi al rialzo dell’inflazione.
Il secondo invece fa riferimento al livello di copertura degli interessi misurando il numero di volte che la società copre gli interessi relativi al suo debito utilizzando gli utili che arrivano dalla sua attività core. E qui vale il rapporto opposto perchè maggiore è il livello dell’interest coverage ratio, più forte sarà la capacità dell’azienda di sostenere il debito (il che diventa valore aggiunto nel contesto di alta inflazione).
Lo avrete già capito: selezionare le azioni da comprare con l’aumento dell’inflazione usando questi parametri non è semplice. Ma lì che c’è la differenza tra trader principiante e investitore professionale. Il primo rischia di subire il rialzo dell’inflazione. Il secondo, usando gli indicatori, può gestirlo.
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Le azioni da comprare con il rialzo dell’inflazione
Proprio sulla base dei tre criteri indicati, gli esperti Banca Akros in un’analisi apparsa su Milano Finanza, hanno individuato le azioni italiane che meglio performano.
Noi ci siamo permessi di andare oltre, dando maggiore rilevanza ai titoli che compaiono contemporaneamente in più classifiche, perchè è proprio l’incrocio dei parametri a permettere di individuare le società finanziariamente più robuste e quindi in grado di resistere al rialzo dell’inflazione.
Vediamo nel dettaglio.
Considerando il rapporto debito netto / Ebitda, le società che performano meglio sono quelle che possono vantare assenza di debito netto e presenza di cassa quindi un dato negativo del rapporto. AVIO, Tenaris, Buzzi, Danieli e Technoprobe sono alcune delle società che possono vantare questa situazione. Tutte hanno lo stesso minimo comun denominatore: sul piano patrimoniale, possono affrontare con maggiore serenità un aumento del costo del capitale che sarebbe inevitabile alla luce del rialzo dei prezzi al consumo.
Sulla base invece dell’interest coverage ratio (secondo criterio), le realtà che possono vantare una capacità molto elevata di sostenere il peso del debito anche in uno scenario di tassi più aggressivi (quindi inflazione) sono Eni, Moncler e Reply (elenco non esaustivo). Tutte hanno margini industriali solidi e alta qualità nella generazione di reddito.
E infine sulla base del terzo parametro, il free cash flow, le quotate citate da Akros sono Eni un rendimento del free cash flow del 21%, Saipem al 15% e, fuori dal Ftse Mib, Gas Plus al 14%. Il principio è questo: aziende che generano molta liquidità hanno maggiore flessibilità finanziaria, possono sostenere dividendi elevati, ridurre il debito oppure reinvestire la cassa a rendimenti più alti.
Ed è proprio incrociando questi tre parametri che emergono le azioni da comprare se l’inflazione dovesse salire. Eni è probabilmente il caso più evidente perchè combina forte generazione di cassa e altissima copertura degli interessi. In un contesto inflazionistico il gruppo beneficia anche dell’esposizione energetica, elemento che storicamente tende a favorire i grandi player oil & gas nelle fasi di rialzo dei prezzi.
Ma anche le azioni AVIO meritano attenzione. Oltre ad avere una struttura finanziaria molto solida, il titolo arriva da una recente correzione che ha coinvolto tutto il comparto difesa e aerospazio dopo i forti rialzi precedenti. Questo ha riportato le valutazioni su livelli più coerenti rispetto alle medie storiche, aumentando l’appeal in ottica di medio termine.
Tra le società industriali, Technoprobe e Tenaris si distinguono perchè alla solidità patrimoniale affiancano business che continuano a beneficiare di investimenti strutturali nei rispettivi settori. Nel caso di Tenaris pesa anche il contesto energetico ancora favorevole agli investimenti upstream.
Interessante poi la situazione di STMicroelectronics. Pur non comparendo tra i leader assoluti delle classifiche quantitative citate da Akros, il gruppo dispone di cassa e continua a mostrare ordini robusti e normalizzazione delle scorte nella distribuzione, elementi che in uno scenario di inflazione elevata potrebbero rappresentare un vantaggio competitivo importante.
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Cosa attendersi dall’inflazione nell’Eurozona nei prossimi mesi
Le azioni citate nel precedente paragrafo hanno tante più probabilità di veder incrementato il loro appeal, quanto maggiori sono le attese di inflazione.
Parliamo dalla situazione attuale: ad aprile inflazione dell’Eurozona al 3% rispetto al 2,6% di marzo e oltre il 2,9% atteso e inflazione dell’Italia all’1,2% su base mensile e al 2,8% su base annua contro l’1,7% di marzo. Inutile dire che a spingere i prezzi al consumo è il boom dei costi dell’energia causato dalla crisi in Medio Oriente.
Le previsioni per i prossimi mesi stilate dai principali uffici studi (tra cui Goldman Sachs e Morningstar) indicano che l’inflazione complessiva (HICP) potrebbe registrare una spinta ulteriore, toccando un picco compreso tra il 3,2% e il 3,5% verso la fine dell’estate. Una volta superata la pressione estiva e grazie ai cosiddetti “effetti base” (il confronto statistico con i prezzi già elevati dei mesi precedenti), l’inflazione generale dovrebbe avviare una parabola discendente verso la fine dell’anno, riavvicinandosi all’obiettivo del 2% nel corso del 2027.
Nota positiva dall’inflazione core ossia quella calcolata al netto di energia e alimentari freschi (le componenti più volatili). Essa è di fatto stabile (almeno per adesso) e ciò è il segnale tangibile che il rally che c’è stato ad aprile non è dovuto a un surriscaldamento dell’economia interna o a consumi privati troppo euforici, ma a uno shock esterno (l’energia, appunto). La core è attestata al 2,2%, dimostrando che i prezzi dei servizi e dei beni industriali non sono strutturalmente fuori controllo. Insomma la situazione è in evoluzione e anche per questo la BCE, pur essendo consapevole che il destino è il rialzo dei tassi, ora procede con calma.
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Comprare le azioni di società quotate meglio strutturate per resistere e anzi ben performare il rialzo dell’inflazione richiede un’ottica di lungo termine. Non si tratta di attività speculativa intraday ma di approccio investing come minimo di medio termine (se non lungo).
Ecco perchè dovresti focalizzarti solo su azioni reali. Lascia perdere i CFD che, oltre che essere rischiosi, sono anche zavorrati dai costi overnight per tenere la posizione aperta oltre la chiusura di mercato.
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I settori azionari più esposti al rialzo dell’inflazione
Abbiamo effettuato un’analisi per singola quotata (sulla base dei tre citati parametri specifici) ma è chiaro che, in linea generale, se inflazione accelera, non tutti i settori azionari reagiscono allo stesso modo. Alcuni comparti come il lusso riescono a trasferire facilmente l’aumento dei costi sui prezzi finali (cosiddetto Pricing power), preservando margini e utili. Altri invece subiscono una compressione della redditività perchè hanno costi rigidi, elevato indebitamento o domanda più sensibile al rallentamento economico.
Tra i settori più esposti negativamente al rialzo dell’inflazione ci sono innanzitutto i comparti ad alta intensità di capitale e con forte leva finanziaria. Le utility regolamentate, ad esempio, soffrono quando salgono i tassi perchè aumentano i costi del debito e si riduce l’appeal dei dividendi rispetto ai rendimenti obbligazionari. Lo stesso vale spesso per il real estate quotato, dove il modello di business è basato su forte utilizzo della leva.
Anche il settore consumer discretionary tende a diventare vulnerabile. Aziende legate ai consumi non essenziali, retail, arredamento o beni durevoli rischiano infatti di vedere una frenata della domanda quando l’inflazione riduce il potere d’acquisto delle famiglie. In questo caso il mercato distingue molto tra società con forte pricing power e società più esposte alla competizione sui prezzi.
Molto sensibile è anche il comparto tecnologico growth. Non perchè l’inflazione impatti direttamente i ricavi, ma perchè tassi più elevati riducono il valore attuale degli utili futuri. Le società growth ad alte valutazioni, soprattutto quelle con bassa generazione di cassa, tendono quindi a soffrire nei cicli inflazionistici.
Più complessa la situazione del settore industriale. Le aziende cicliche con margini bassi e debito elevato rischiano una forte pressione sui costi energetici e delle materie prime. Al contrario, gruppi industriali con forte posizione di mercato e buona capacità di trasferire i rincari ai clienti possono reggere molto meglio il contesto.
Insomma l’approccio settoriale per sondare la maggiore o minore esposizione al rialzo dell’inflazione ha molte sfumature. Ed è per questo che concludiamo tornando al punto di partenza: alla fine a pesare è la qualità finanziaria delle singole aziende.
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