Il prezzo dell’oro torna sopra 4.000 dollari l’oncia dopo la netta vittoria dei Democratici alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Il 4 novembre il metallo prezioso guadagna circa il 3% e supera quota 4.040 dollari, mettendo a segno il rialzo giornaliero più forte degli ultimi mesi.
La reazione arriva dopo settimane molto difficili per il lingotto. A fine ottobre l’oro era sceso sotto 3.900 dollari, penalizzato dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dalle aspettative di una Federal Reserve più restrittiva e dalle vendite degli investitori costretti a recuperare liquidità durante la correzione dei titoli tecnologici.
L’esito delle Midterm cambia improvvisamente lo scenario. I Democratici hanno conquistato Camera e Senato, sottraendo al Partito Repubblicano il controllo del Congresso e riducendo la libertà politica dell’amministrazione Trump per i prossimi due anni.
Oro sopra 4.000 dollari dopo le Midterm USA
Nella mattinata del 4 novembre l’oro spot è salito fino a circa 4.047 dollari l’oncia, mentre i future statunitensi con scadenza dicembre hanno superato 4.050 dollari.
Il movimento coinvolge tutto il comparto dei metalli preziosi. L’argento sale di oltre il 4%, mentre platino e palladio registrano rialzi superiori al 3%.
Il mercato sta reagendo soprattutto al nuovo equilibrio politico negli Stati Uniti.
Con il Congresso controllato dai Democratici e la Casa Bianca ancora nelle mani di Donald Trump, aumenta infatti la probabilità di una fase di stallo legislativo. Diventa più difficile approvare rapidamente nuove misure fiscali, modifiche alla tassazione o grandi programmi di spesa promossi dall’amministrazione.
Per gli investitori questo nuovo scenario modifica le aspettative sulla crescita, sulla politica fiscale americana e sul dollaro.
Perché la sconfitta di Trump favorisce l’oro
Il primo effetto visibile delle elezioni riguarda il dollaro.
Dopo il risultato delle Midterm, l’indice che misura la valuta statunitense contro le principali monete internazionali è sceso ai minimi da circa un mese.
Per l’oro è un fattore favorevole perché il metallo viene quotato in dollari. Quando la valuta americana perde valore, acquistare oro diventa relativamente meno costoso per chi utilizza euro, yen o altre valute.
La seconda componente riguarda i rendimenti dei Treasury.
Il rendimento del titolo di Stato americano a dieci anni è sceso verso il 4,93%. Il movimento aumenta l’interesse relativo per l’oro, che non distribuisce cedole né interessi.
Quando i rendimenti obbligazionari salgono, detenere oro comporta un costo opportunità maggiore. Quando scendono, questa differenza si riduce e il metallo prezioso torna più competitivo rispetto alle attività remunerate.
Il nuovo Congresso può frenare l’agenda economica di Trump
La vittoria democratica modifica soprattutto le prospettive per la seconda metà del mandato presidenziale.
Nei primi due anni Trump aveva potuto contare sul controllo repubblicano di entrambe le Camere. Dopo il voto del 3 novembre, qualsiasi nuova legge dovrà confrontarsi con un Congresso guidato dall’opposizione.
I mercati si aspettano quindi negoziati più complessi su bilancio federale, tassazione e spesa pubblica.
Questo non significa necessariamente che il deficit americano diminuirà. Lo stallo politico può infatti rendere più difficili pure le trattative sul bilancio e generare nuove tensioni fiscali.
Per l’oro conta soprattutto l’aumento dell’incertezza. La prospettiva di un rapporto più conflittuale tra Casa Bianca e Congresso modifica le aspettative degli investitori e aumenta la domanda per attività considerate alternative al dollaro.
Petrolio in calo: un altro aiuto per il prezzo dell’oro
Nella stessa seduta il petrolio perde terreno.
Il Brent scende verso 102 dollari al barile, mentre il mercato continua a seguire il conflitto tra Stati Uniti e Iran e i tentativi diplomatici per ridurre le tensioni.
Il rapporto tra petrolio e oro è diventato importante nel corso del 2026.
Prezzi energetici molto elevati alimentano l’inflazione e aumentano la probabilità che la Federal Reserve mantenga tassi elevati o proceda con nuovi rialzi. Questo scenario tende a penalizzare l’oro proprio perché il metallo non riconosce un rendimento.
Un calo del greggio riduce invece, almeno in parte, questa pressione.
Non è ancora sufficiente per cambiare completamente le aspettative sulla Fed, ma contribuisce al recupero del metallo prezioso.
La Fed resta il principale ostacolo per l’oro
Il rialzo del 4 novembre non elimina però tutti i fattori negativi che hanno accompagnato il metallo negli ultimi mesi.
L’inflazione americana resta elevata e il mercato continua a considerare possibile un nuovo intervento restrittivo della Federal Reserve.
Le probabilità implicite nei future sui Fed Funds indicano ancora una forte possibilità di rialzo dei tassi a dicembre.
Se queste aspettative dovessero rafforzarsi, i rendimenti obbligazionari potrebbero tornare a salire e il dollaro potrebbe recuperare terreno. Entrambi i movimenti rappresenterebbero un freno per l’oro.
Un passaggio importante arriverà quindi dai prossimi dati sul mercato del lavoro americano, in particolare dal rapporto sui nuovi occupati previsto alla fine della settimana.
Cosa può succedere ora al prezzo dell’oro
Il ritorno sopra 4.000 dollari rappresenta quindi una prima inversione rispetto alla pesante correzione di ottobre, ma non basta ancora per parlare di una nuova fase rialzista stabile.
Nel breve periodo saranno soprattutto tre variabili a guidare il prezzo: andamento del dollaro, rendimenti dei Treasury e aspettative sui tassi della Federal Reserve.
A queste si aggiungono l’evoluzione del conflitto con l’Iran e il rapporto tra Casa Bianca e nuovo Congresso.
La vittoria democratica alle Midterm ha fornito all’oro il catalizzatore per recuperare rapidamente quota 4.000 dollari. Per trasformare il rimbalzo in una tendenza più duratura servirà però un ulteriore allentamento delle pressioni sui rendimenti e sulle aspettative di politica monetaria americana.
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