Niente rimbalzo per le azioni Nike dopo il catastrofico crollo di ieri. La multinazionale dell’abbigliamento sta infatti segnando un ribasso del 2,5% a 43,5 dollari dopo il tracollo di oltre 13 punti percentuali registrati nella giornata di ieri. Il prezzo del sell-off è visibilissimo nella prestazione da inizio 2026 ad oggi negativa per il 30%. Ci volevano circa 63 dollari per comprare una singola azione Nike e ora ce ne vogliono ben 20 di meno!
Una tentazione per gli investitori a caccia di occasioni a prezzi stracciati oppure una trappola? Il contesto generale non aiuta nessuno meno che meno può aiutare una società come la Nike che sarebbe esposta in caso di aumento dell’inflazione. E allora cosa fare? Il primo passo è mettere ben a fuoco le ragioni alla base del crollo delle azioni Nike; il secondo è allargare l’orizzonte allo storico perchè a far accendere l’alert è giustamente quel passivo di 30 punti percentuali accumulato da inizio anno (è la cosa che balza subito all’attenzione) ma forse dovrebbe essere ancora di più il fatto che i prezzi correnti sono i più bassi da oltre 10 e che siano praticamente la metà rispetto ai massimi storici. Qualcosa quindi si è rotto.
L'”illusione” dei conti trimestrali di Nike
Iniziamo dalle notizie meno negative che pure avevano dato una qualche illusione. I conti del terzo trimestre dell’anno fiscale 2026 di Nike non sono andati malissimo anzi sono presenti alcuni segni positivi. I ricavi si sono attestati a circa 11,3 miliardi di dollari, sostanzialmente in linea con l’anno precedente e leggermente sopra le attese mentre l’EPS è stato pari a 0,35 dollari battendo il consensus fermo a 0,30 dollari. Tutto questo nonostante un contesto complesso.
La narrativa però cambia nel momento in cui parliamo di redditività. Qui c’è il margine lordo che ha registrato una contrazione di 130 punti base rispetto al terzo trimestre 2025 attestandosi a 40,2%. Ad impattare sul peggioramento dei margini sono stati i dazi in Nord America. Sempre nel capitolo redditività sono da inserire le spese SG&A che invece sono aumentate del 2%, includendo circa 230 milioni di dollari di oneri di ristrutturazione legati a interventi su supply chain, tecnologia e divisione Converse.
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Passando alle areo geografiche, è qui che manca completamente una direzione precisa. Dalla trimestrale è emerso un dato preoccupante: la performance geografica di Nike è diventata ancora più disomogenea. Alcuni numeri: nel periodo di riferimento le vendite in Nord America sono cresciute del 3% confermando di fatto gli Usa come mercato più resiliente; quelle in Cina sono invece calate del 7% annuo a quota 1,62 miliardi; l’area Europa, Medio Oriente e Africa ha segnato un rialzo del 2% e per finire l’area Asia-Pacifico e America Latina ha chiuso in modo piatto. Giù anche il anche Nike Direct (-5%), segnale di una transizione ancora in corso nel canale DTC.
Dal punto di vista dei segmenti, le calzature continuano a trainare il business, mentre abbigliamento ed equipaggiamento restano più deboli. Positivo invece il dato di Nike Running (+20%) mentre il Converse ha addirittura registrato un calo dei ricavi del 35% a quota 264 milioni di dollari certicando, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo stato di piena crisi.
E sempre a proposito di segmenti, accanto ai numeri, sono arrivate anche indicazioni più operative: proseguirà l’implementazione della razionalizzazione di portafoglio, con il taglio previsto di oltre 4 miliardi di dollari di ricavi legati ai modelli classici (Air Force 1 e Jordan) con obiettivo di preservare il posizionamento premium del brand nel lungo periodo. Evidentemente questi modelli sono causa di sovraesposizione.
La “realtà” dell’outlook sul quarto trimestre 2026
Nel corso della call con gli analisti, il CFO di Nike Matthew Friend ha detto chiaramente che le prospettive sul quarto trimestre non sono positive sbarazzando così il campo ad ogni aspettativa di ripresa. Il manager ha messo sul tavolo i numeri: il prossimo trimestre potrebbe chiudersi con una contrazione dei ricavi pari a circa il 2–4%. Il ribasso verrebbe meglio ammortizzando su base annua traducendosi in una flessione moderata nel giro d’affari. Male anche l’EPS che dopo gli 0,35 dollari del trimestre chiuso non dovrebbe andare oltre 0,19% nel quarto periodo mentre il margine operativo dovrebbe segnare un ribasso su base trimestrale tra i 25 e i 75 punti base.
Insomma una raffica di stime a dir poco prudenti che in fine dei conti riflettono un contesto macro complesso, caratterizzato da tensioni geopolitiche in mercati rilevanti, volatilità nei prezzi dell’energia e un’evoluzione ancora incerta delle abitudini di consumo. Fattori generali che riguardano un pò tutti ma a cui si aggiungono poi due elementi di preoccupazione più propriamente domestici: l’impatto dei dazi sulle importazioni negli Stati Uniti e il progressivo indebolimento dell’area Greater China che dovrebbe addirittura calare del 20%.
Il problema di Nike parla cinese
La Cina è vero problema di Nike e la ragione per cui il titolo della multinazionale, al di à del crollo di ieri e dell’assenza di rimbalzo di oggi, è arrivato a perdere circa il 30% in appena tre mesi. Lo hanno certificato i conti del terzo trimestre nella parte sulle prestazioni geografiche e lo hanno ribadito le stime sul nuovo trimestre. Per quello che riguarda il primo punto, il ribasso delle vendite all’ombra della Grande Muraglia registrato nel terzo trimestre è in realtà il settimo consecutivo. Da ben sette trimestri (21 mesi) le vendite di Nike in Cina sono in continuo calo.
Una situazione che ha quasi del paradossale se si pensa che proprio la Cina a suo tempo fu alla base dell’espansione di Nike nel mondo. Ora invece Pechino è il tallone d’Achille del colosso dell’abbigliamento e soprattutto senza che ci siano segnali di miglioramento.
Ecco perchè i non negativi conti trimestrali (come abbiamo visto ci sono vari segni verdi) sono passati in secondo piano. C’è una focalizzazione estrema sulla questione cinese riconosciuta come il vero motivo del crollo di Nike.
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Cosa fare con le azioni Nike secondo gli analisti
Il giorno dopo i conti e il crollo in borsa è arrivata la resa dei conti degli analisti.
Numerose le revisioni al ribasso delle valutazioni. JPMorgan Chase ha ridotto il target price a 52 dollari (da 86), tagliando anche le stime sullEPS FY2027 a 1,63 dollari, circa il 28% sotto il consenso. Ancora più rilevante lo slittamento delle attese sul recupero della redditività: il ritorno a un margine operativo del 10% viene ora visto dalla banca Usa solo nel 2029.
Anche Bank of America ha rivisto al ribasso le proprie valutazioni, portando il target a 55 dollari (da 73) e segnalando una visibilità limitata sulla ripresa nel breve. Molto sintomatica, poi, la nota di Barclays secondo cui come il riassetto del business in Cina richiederà tempo: almeno quattro trimestri prima di tornare a una crescita sostenuta nell’area.
In questa sfilza di perplessità non è mancata poi una lettura più opportunistica. Jefferies ha preferito mantenere un approccio costruttivo, evidenziando come il titolo tratti su multipli depressi (circa 1,6x le vendite), livelli tipicamente associati ai minimi di ciclo, e suggerendo accumulo a questi prezzi.
Al di là delle valutazioni degli esperti, il contesto resta comunque sfidante. Nike cambia a un P/E intorno a 31, riflesso di aspettative in revisione e di un percorso di rilancio più lungo del previsto.
Nella conference call il CEO Elliott Hill ha riconosciuto esplicitamente che il turnaround richiederà più tempo: i benefici delle ristrutturazioni (230 milioni di dollari di oneri) emergeranno dal FY2027, mentre una ripresa più significativa è attesa solo nel 2028. Serve quindi tempo per vedere i frutti.
Il quadro complessivo è quindi binario: cautela nel breve per via di execution risk e debolezza in Cina, ma potenziale di rivalutazione nel medio-lungo per chi crede nella riuscita del reset strategico. Hill ci crede.
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