Le azioni Leonardo e Fincantieri, complice l’aggravamento della tensione internazionale a causa del braccio di ferro Usa – Unione Europea sulla Groenlandia, sono state tra le protagoniste di questo primissimo scorcio di nuovo anno. Entrambi i titoli si sono fortemente apprezzati con rialzi a doppia cifra (+22% per il gruppo guidato da Cingolani e +8,5% per quello di Folgero). Inevitabile che molti investitori si siano interrogati su quello che può essere l’impatto dell’ipotesi fusione Fincantieri – Leonardo sul rispettivo andamento in borsa. Chi ha una certa dimestichezza con i mercati finanziari sa perfettamente che ogni qualvolta circolano indiscrezioni su scenari di M&A, i titoli coinvolti tendono a registrare oscillazioni anche di una certa rilevanza. Si tratta di movimenti che, comunque, sono del tutto interpretabili perchè possono essere semplicemente frutto di speculazione.
Nel caso del dossier Leonardo – Fincantieri, la reazione del mercato non è stata eccessiva. La sessione di borsa di ieri si è infatti chiusa con un leggero ribasso sia per la prima che per la seconda. E così oggi le azioni Leonardo ripartiranno da 59,56 euro e le Fincantieri da 19,17 euro. E qui arriva la domanda: il ribasso è la dimostrazione che al mercato i rumors sulla fusione non siano piaciuti? Il calo dei due titoli sembra piuttosto essere frutto di un momento di pausa dopo la “tirata” di inizio anno e in questo contesto le voci sulla fusione sembrano essere state solo un contribuito alla narrativa e nulla di più. Questo perchè dai diretti interessati è arrivata subito una smentita ufficiale e perchè le chances di una simile evoluzione sono apparse subito nulle agli stessi analisti.
Caso chiuso quindi.
Per i più accorti, però, può essere interessante capire quale è stata la genesi di un simile rumors e perchè per gli analisti la fusione ha nulle possibilità di concretizzarsi.
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Come è nata l’ipotesi fusione Leonardo Fincantieri
Tanto per iniziare non è la prima volta che circolano voci su una possibile fusione tra Leonardo e Fincantieri. Non siamo ai livelli del risiko bancario ma, anche su questo fronte, la narrativa abbonda.
Nel caso specifico di questa ipotesi, tutto è partito ieri l’altro (19 gennaio) durante un intervento pubblico del presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo, all’inaugurazione di Shield, il nuovo hub su leadership e difesa dell’Università Bocconi. Nell’occasione Pontecorvo ha espresso l’auspicio che, in futuro, Leonardo e Fincantieri potessero fondersi in un solo soggetto campione della difesa.
Inutile dire che la dichiarazione del manager ha immediatamente fatto breccia, riaccendendo un tema che ciclicamente riaffiora nel dibattito sulla razionalizzazione dell’industria italiana della difesa. Neppure 24 ore dopo però è arrivata una netta precisazione: nessuna fusione è allo studio e le parole pronunciate erano da intendersi come una battuta, priva di qualsiasi valenza strategica o programmatica.
La smentita ufficiale ha di fatto ridimensionato sul nascere il rumors ma non ha impedito agli analisti di tornare a valutare, almeno sul piano teorico, i contorni e le implicazioni di un’operazione che, pur non essendo nuova, resta altamente sensibile per equilibri industriali e assetti pubblici.
Cosa implicherebbe una fusione Leonardo–Fincantieri: numeri e razionale strategico
Se ipotizzata ai valori di mercato attuali, una fusione tra Leonardo e Fincantieri darebbe vita a un colosso nazionale con ricavi superiori ai 28 miliardi di euro.
La nuova entità avrebbe una forte impronta difesa, con questo segmento a rappresentare poco più del 60% del fatturato complessivo, affiancato da una componente civile ancora rilevante, soprattutto grazie alle attività navali di Fincantieri. Dal punto di vista finanziario, il profilo apparirebbe solido: leva contenuta, con un rapporto debito netto/EBITDA intorno a 1x a fine 2025, backlog pari a circa tre anni di produzione e una marginalità EBITDA nell’ordine del 10%.
L’azionariato vedrebbe lo Stato italiano detenere una quota stimata intorno al 37%, rafforzando il controllo pubblico su un gruppo strategico. Secondo alcune letture, l’operazione potrebbe poi facilitare un’integrazione più stretta tra piattaforme navali e sistemi avanzati, migliorando l’accesso di Leonardo alle tecnologie impiegate sulle unità della Marina e supportando progetti di difesa integrata come il Michelangelo Dome.
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Perché per gli analisti la fusione Leonardo Fincantieri è remota
Nonostante le dimensioni potenzialmente attraenti, il consenso degli analisti resta improntato al più totale scetticismo.
Banca Akros ed Equita, le prime due case a commentare il ritorno dei rumors di integrazione, hanno entrambe posto l’accento sul fatto che sia Leonardo che Fincantieri hanno già avviato una chiara razionalizzazione delle rispettive aree di business. In questo contesto, un passaggio chiave è stata la cessione da Leonardo a Fincantieri della linea Underwater Armaments & Systems, specializzata in siluri e sonar, che ha ridotto le sovrapposizioni industriali.
Leonardo rimane presente nel navale attraverso Orizzonte Sistemi Navali, joint venture in cui fornisce sistemi di combattimento, radar e sensori alle navi Fincantieri, mantenendo così accesso alle tecnologie critiche senza integrazione societaria. Il secondo nodo riguarda le sinergie: il peso del business civile di Fincantieri, pari a circa il 65% dei ricavi, limita le opportunità di efficienze industriali con un gruppo come Leonardo, fortemente orientato alla difesa e all’aerospazio. Inoltre, Leonardo già dispone delle informazioni e delle competenze necessarie per i programmi strategici in corso.
Morale del discorso, una fusione rischierebbe quindi di creare un conglomerato complesso, con benefici marginali e costi di governance elevati. Ecco perchè la valutazione degli analisti (Equita e Akros) è fredda e perchè, come mostrato dall’andamento di ieri delle azioni Leonardo e Fincantieri, anche per gli investitori tutto è poco convincente e quindi altamente improbabile. Cosa resta dopo che in 48 ore l’ipotesi di fusione è nata e morta? Solo la concentrazione dell’attenzione su due titoli già sotto ai riflettori di luce più calda da mesi.
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