Le azioni Eni stanno crollando in borsa. Il titolo del cane a sei zampe, in difficoltà fin dall’apertura delle contrattazioni, ha progressivamente allargato il passivo tanto da precipitare sul fondo dell’intero Ftse Mib con un rosso del 4% a 15,28 euro. In un contesto generale che vede i titoli del settore petrolifero registrare le perdite più ampie (anche Tenaris e Saipem sono in ribasso) è su Eni che si stanno accadendo i venditori. Risultato di questa netta tendenza ribassista, è il ritorno di un visibile rosso su base mensile (-1,9% l’entità del passivo) e un brusco stop al trend rialzista che si era imposto sul titolo a cavallo tra fine 2025 e inizio nuovo anno.
Come si può immediatamente vedere dal grafico, infatti, le azioni Eni, dopo il ribasso sotto quota 16 euro rimediato nell’anti vigilia di Natale, avevano messo in fila quattro sedute positive raggiungendo lo scorso lunedì i 16,6 euro. Già nella seduta dell’Epifania, però, il sentiment sembrava essere mutato con i prezzi in leggero ribasso. Il crollo in atto oggi sembra suggerire che il calo di ieri non fosse semplicemente causato dai realizzi. Ci sono motivi ben più profondi alla base del tracollo di Eni. Non metterli a fuoco limitando la spiegazione del sell al solo quadro tecnico, significa avere una visione non completa della dinamica in atto.
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Le due ragioni alla base del crollo delle azioni Eni
Se tutto il settore petrolifero è in sofferenza è chiaro che c’è una ragione generale alla base di tutto. E infatti il primo motivo alla base del crollo di Eni è proprio l’andamento negativo del prezzo del petrolio. Con il contratto sul Brent sceso a a 60 dollari al barile e quello sul WTI a 56,44 dollari al barile (-1,4% rispetto a ieri) è chiaro che il sentiment sulle azioni petrolifere globali sia rapidamente peggiorato. A Piazza Affari ne fanno le spese Eni, Saipem e Tenaris. Il ribasso delle quotazioni petrolifere è a sua volta conseguenza della mossa di Trump che, dopo aver messo fuorigioco Maduro, ha anticipato che il Venezuela avrebbe consegnato agli Usa tra i 30 ai 50 milioni di barili di petrolio da anni bloccati nel Paese a seguito delle sanzioni Usa a Caracas. Insomma c’è la crisi in Venezuela dietro al calo del petrolio e quindi allo sbandamento dei titoli.
Ma è sempre il Venezuela il motivo per cui a Piazza Affari le azioni Eni crollano facendo peggio degli altri petroliferi. Il fatto è che Eni, presente nel paese Sudamericano, a causa della crisi in atto corre il rischio di perdere ben 3 miliardi ossia quei crediti che da tempo vanta nei confronti di Caracas e che, con la cacciata di Maduro, potrebbe essere ancora più difficile recuperare.
Il problema Venezuela per il cane a sei zampe è quindi doppio e non c’è da meravigliarsi se gli investitori stiano vendendo in modo così massiccio.
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Quale è la situazione di Eni in Venezuela alla base del crollo in borsa
Se sul ruolo del prezzo del petrolio nella dinamica che ha portato al crollo delle azioni Eni c’è poco da dire e da fare (l’immissione dei miliardi di dollari di petrolio venezuelano che è stata annunciata da Trump significa boom dell’offerta e effetti negativi sul greggio), per quello che riguarda invece l’esposizione di Eni alla crisi in Venezuela il discorso è diverso.
Sui questo fronte c’è da parlare. E non poco. Il punto centrale è che tutte le compagnie petrolifere europee sono svantaggiate perchè, nei fatti, solo su di loro è rimasto in vigore alla lettera l’embargo contro Caracas mentre le compagnie americane hanno avuto un salvacondotto e hanno ripreso la produzione. Colossi come Chevron partono avvantaggiati in quello che sarà il nuovo corso impresso da Trump. Eni, invece, senza il via libera del Dipartimento del Tesoro Usa non può incassare i proventi del greggio prodotto in Venezuela e venduto, fino a prima dell’operazione Maduro, alla compagnia statale Pdvsa.
Una beffa totale a cui se ne aggiunge una seconda: a giugno 2025 il cane a sei zampe vantava da Caracas 2,3 miliardi di dollari di crediti per le forniture al mercato interno del paese sudamericano, 3 miliardi al dato aggiornato. Una situazione complessa che sta alimentando il pessimismo.
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