Il prezzo del petrolio torna a perdere terreno dopo l’impennata provocata dalle tensioni in Medio Oriente. Nella mattinata del 17 settembre il Brent scende dell’1,4% circa a 104,3 dollari al barile, mentre il WTI americano arretra verso 101,3 dollari.
Il movimento prosegue dopo una seduta già pesante: mercoledì Brent e WTI avevano perso circa 3 dollari. Per il greggio statunitense torna così in primo piano la soglia psicologica dei 100 dollari, dopo che soltanto martedì le quotazioni avevano superato 106 dollari, ai massimi da maggio.
A cambiare è soprattutto la percezione del rischio sulle forniture.
Perché il petrolio sta scendendo
La corsa delle ultime settimane era stata alimentata dai timori che gli attacchi alle infrastrutture saudite potessero ridurre sensibilmente le esportazioni.
Particolare attenzione aveva riguardato l’East-West Pipeline, utilizzata dall’Arabia Saudita per trasportare greggio verso il Mar Rosso evitando lo Stretto di Hormuz. Il danneggiamento di due stazioni di pompaggio aveva alimentato il timore che una parte importante dell’offerta mondiale potesse rimanere bloccata a lungo.
Nelle ultime ore, però, Riyad ha iniziato a offrire nuovi carichi destinati alle raffinerie asiatiche attraverso trasferimenti al largo del porto omanita di Sohar. Parallelamente, dagli Stati Uniti sono arrivate indicazioni sulla possibilità che l’oleodotto saudita possa tornare operativo più rapidamente di quanto inizialmente temuto.
Il mercato sta quindi togliendo una parte del premio geopolitico incorporato nei prezzi.
Anche le scorte americane frenano il rialzo
Un secondo segnale è arrivato dagli Stati Uniti.
Secondo l’Energy Information Administration, nell’ultima settimana le scorte commerciali di greggio sono diminuite di circa 640.000 barili, molto meno degli 1,62 milioni attesi dagli analisti.
Sono aumentate invece le riserve di benzina e distillati. Il dato suggerisce che, almeno per ora, il mercato statunitense dispone ancora di quantità significative di prodotti raffinati e ha contribuito a raffreddare la pressione sui prezzi.
A questo si aggiunge la Federal Reserve, che il 16 settembre ha aumentato i tassi di 25 punti base al 3,75%-4,00%. Tassi più elevati possono frenare l’attività economica e quindi la domanda futura di energia, mentre un dollaro forte tende generalmente a rendere più costose le materie prime denominate nella valuta americana per gli acquirenti internazionali.
Il petrolio può tornare sotto i 100 dollari?
Per il WTI la risposta potrebbe arrivare rapidamente: il contratto americano si trova ormai appena sopra quella soglia.
Per il Brent servirebbe invece un’ulteriore discesa di alcuni dollari. Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto e dalla capacità dell’Arabia Saudita di mantenere regolari le esportazioni.
DBS Bank considera come scenario di base per il quarto trimestre un allentamento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e vede in quel caso il Brent stabilizzarsi tra 85 e 95 dollari al barile.
Quota 100 non rappresenta quindi un pavimento invalicabile. Se il rischio di interruzioni dovesse diminuire ancora, una discesa sotto questo livello diventerebbe possibile anche per il benchmark europeo.
Il rischio di nuovi rialzi non è scomparso
Il quadro resta però molto fragile.
Una chiusura prolungata dell’East-West Pipeline potrebbe sottrarre al mercato quantità equivalenti fino al 4% dell’offerta petrolifera mondiale, mentre il traffico attraverso Hormuz rimane fortemente ridotto.
A questo si aggiunge la scarsità di diesel. Le interruzioni in Medio Oriente e gli attacchi alle raffinerie russe hanno spinto i prezzi dei distillati su livelli record, creando una tensione che potrebbe sostenere indirettamente anche il greggio.
Il petrolio sta quindi perdendo vigore perché il mercato vede qualche soluzione logistica in più rispetto a pochi giorni fa, non perché il problema dell’offerta sia risolto. I 100 dollari diventano adesso il livello da osservare sul WTI, mentre per il Brent la vera prova arriverà se il premio geopolitico continuerà a ridursi nelle prossime sedute.
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