droni subacquei
Saipem punta sui droni sottomarini - RisparmiOggi.it
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C’è un modo diverso per “guardare” alle azioni Saipem in questo momento: non partire dal grafico…ma scendere di 3.000 metri sotto il livello del mare. I nostri lettori ci scuseranno per il gioco di parole (parleremo ovviamente di prospettive delle azioni Saipem in borsa e analisi tecnica in modo serio nella seconda parte dell’articolo), ma ci è venuto spontaneo esordire in questo modo perchè, a conti fatti, è infatti nelle profondità marine che il gruppo sta sviluppando una delle tecnologie che potrebbero caratterizzare la sua evoluzione industriale dei prossimi decenni andando oltre la “monocultura” del petrolio. A ONS 2026, in corso a Stavanger, Saipem ha portato sotto i riflettori FlatFish e Hydrone-R, due droni subacquei sviluppati nell’ambito del programma Hydrone.

La novità assume interesse anche per borsa perché arriva mentre il titolo, dopo una corsa molto forte, sembra aver bisogno di nuovi elementi per riaccendere gli acquisti. Le azioni Saipem sono in area 4,46 euro, in calo di circa il 2% nell’ultima settimana ma ancora positive di circa il 2% nell’ultimo mese. Da inizio anno il rialzo è invece nell’ordine del 78%, mentre il massimo annuale è stato raggiunto a 4,846 euro.

Ed ecco la domanda: la robotica subacquea potrebbe o no diventare più di una semplice vetrina tecnologica e contribuire a dare nuova visibilità alla storia industriale di Saipem?

FlatFish: il drone che può ispezionare il fondale senza una nave

Il punto di partenza è FlatFish, conosciuto anche come Hydrone-S. Non si tratta di un semplice robot utilizzato per assistere un operatore: è un veicolo ibrido ROV/AUV progettato per effettuare ispezioni autonome delle infrastrutture sottomarine, arrivando fino a 3.000 metri di profondità.

La differenza rispetto alle modalità tradizionali è soprattutto operativa. Un’ispezione subsea normalmente richiede la mobilitazione di una nave di supporto, personale specializzato e una finestra operativa compatibile con le condizioni del mare. FlatFish è invece progettato per svolgere la missione senza rimanere fisicamente collegato alla superficie.

Il drone può raccogliere informazioni sulle condizioni di pipeline, strutture e altri asset offshore, effettuando controlli che vanno dalle ispezioni visive alle misurazioni della protezione catodica e dello spessore delle pareti. La tecnologia ha già superato una fase importante dei test condotti nell’ambito della collaborazione con Petrobras, aprendo la strada all’impiego in acque ultra-profonde brasiliane.

È proprio questo passaggio dalla sperimentazione all’utilizzo operativo a rendere la tecnologia interessante anche in ottica finanziaria. Se tutto dovesse andare come dovrebbe, Saipem potrebbe proporre alle compagnie energetiche un modello diverso per controllare e mantenere gli asset sottomarini. Una vera e propria rivoluzione.

Hydrone-R sarà passo successivo: il drone non si limita a controllare

Se FlatFish rappresenta soprattutto la componente dedicata all’ispezione autonoma, Hydrone-R aggiunge la capacità di intervenire. Il drone può operare sia come AUV, quindi in modalità autonoma, sia come ROV, e dispone di bracci robotici e strumenti intercambiabili per svolgere diverse attività subsea.

Questo significa poter combinare ispezione e intervento nello stesso ecosistema tecnologico. Hydrone-R può essere utilizzato per manutenzione, ricerca di perdite, monitoraggio ambientale, controlli visivi e acustici, verifiche della protezione catodica e altre operazioni sugli asset sottomarini.

Ma è soprattutto la sua esperienza sul campo a rendere il progetto più interessante. Il drone è operativo in Norvegia e ha già dimostrato di poter rimanere sott’acqua per periodi molto lunghi. Nel campo Njord ha effettuato missioni senza cavi e senza il supporto continuo di una nave in superficie; nel 2026 ha completato anche una missione autonoma nell’area dei coralli artici.

Insomma la robotica non sarebbe più soltanto un progetto di laboratorio. Esiste già un caso d’uso offshore, con un contratto di lungo periodo con Equinor, che dimostra come un drone residente possa essere inserito nella gestione ordinaria degli asset energetici.

Il vero salto sarà il drone “residente”: di cosa si tratta

La parte più interessante del programma Hydrone non è forse la profondità raggiungibile, ma il concetto di drone residente. Invece di mandare il robot in acqua per una singola missione e riportarlo in superficie, Saipem punta a lasciarlo sul fondale per periodi molto lunghi.

Le docking station sottomarine permettono infatti di ricaricare le batterie e trasferire i dati. Il drone può quindi alternare periodi di attività e ricarica, arrivando a una permanenza prevista fino a 12 mesi sul fondale. L’impiego dell’intelligenza artificiale permette inoltre di supportare la navigazione autonoma, il riconoscimento delle caratteristiche degli asset e l’analisi delle informazioni raccolte.

La conseguenza potenziale è importante: si passa da una logica di manutenzione “a chiamata” a un sistema di monitoraggio continuo. Un robot che controlla periodicamente una pipeline o un’infrastruttura può individuare anomalie e variazioni prima che si trasformino in problemi più costosi.

Ed ecco che si aprirebbe una prospettiva commerciale più ampia. Il valore non sarebbe limitato alla vendita o all’impiego del singolo drone, ma potrebbe comprendere servizi continuativi di ispezione e manutenzione, con rapporti pluriennali e una maggiore integrazione tecnologica con i clienti.

Ed è proprio qui che la robotica può diventare rilevante per le azioni Saipem: se Hydrone riuscirà a trasformarsi da tecnologia proprietaria in una piattaforma capace di generare nuovi contratti offshore, il mercato potrebbe iniziare a considerarla come una componente strutturale della crescita futura di Saipem.

Azioni Saipem: droni, petrolio alto e il test di 4,65 euro

La robotica arriva quindi in un contesto già favorevole per Saipem. Il petrolio resta su livelli elevati e sostiene la convenienza economica degli investimenti nel settore offshore, mentre il gruppo arriva da una crescita azionaria molto consistente: circa +78% da inizio 2026. Dopo una simile corsa, la lateralizzazione osservata da metà agosto non sorprende e può essere interpretata come una fase di consolidamento.

Per il mercato, però, il tema è capire se ai buoni fondamentali del comparto possano aggiungersi nuovi driver industriali. Hydrone è uno di questi, soprattutto perché unisce automazione, riduzione della presenza umana offshore, minori necessità di navi di supporto e possibilità di effettuare controlli più frequenti. Non è quindi il drone in sé a rappresentare la storia d’investimento, ma ciò che può diventare se Saipem riuscirà a scalarne l’utilizzo commerciale.

Sul grafico, intanto, 4,65 euro resta il livello da osservare per capire se la fase laterale può trasformarsi in una nuova accelerazione. Un superamento deciso di questa resistenza riporterebbe l’attenzione prima verso 4,75 euro e successivamente sui massimi di periodo in area 4,85 euro. Al contrario, la perdita di 4,25 euro indebolirebbe il quadro di breve periodo, con possibile discesa verso 4 euro.

Tirando le somme, per le azioni Saipem, droni subacquei non rappresentano di certo una garanzia di nuovi rialzi. Possono però fornire qualcosa che al titolo, dopo un +78% da inizio anno, serve particolarmente: una nuova storia industriale da raccontare al mercato. E questa storia non parla soltanto di tecnologia, ma della possibilità di rendere l’attività offshore più autonoma, continuativa ed efficiente. È su questa capacità di trasformare Hydrone in business che si giocherà una parte dell’interesse futuro degli investitor su Saipem. Staremo a vedere.

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Questo articolo è stato redatto a solo scopo informativo e non si può considerare in alcun modo un’indicazione operativa. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità sull’utilizzo delle informazioni riportate.