Eni ha prima annunciato e poi immediatamente concretizzato il suo ritorno sul mercato obbligazionario statunitense. Il gruppo energetico italiano ha infatti collocato due nuove obbligazioni in dollari Usa a tasso fisso con scadenza a 10 e 30 anni, offrendo rendimenti decisamente competitivi in un contesto in cui gli investitori obbligazionari, a causa del previsto rialzo dell’inflazione, hanno ripreso a cercare emissioni corporate di alta qualità con cedole elevate
Il collocamento delle nuove obbligazioni è un passaggio strategico pesante per il Cane a Sei Zampe, sia perché consente di rafforzare ulteriormente la struttura finanziaria del gruppo, sia perché segna il ritorno di Eni sul mercato obbligazionario americano con una raccolta complessiva da 3 miliardi di dollari. Il dato che colpisce maggiormente è però il livello delle cedole: fino al 6% sulla tranche trentennale, ritorno che di fatto a reso l’emissione particolarmente stimolante per gli investitori istituzionali orientati alla ricerca di rendimento nel lungo periodo.
La forte domanda registrata durante il collocamento dimostra inoltre come il mercato dei grandi continui a considerare Eni uno degli emittenti corporate europei più solidi e credibili nel comparto energy.
Le caratteristiche della nuova emissione obbligazionaria di Eni
Come accennato la nuova operazione del colosso energetico è stata strutturata attraverso una dual tranche in dollari statunitensi a tasso fisso, con durate differenti pensate per intercettare diverse esigenze degli investitori professionali.
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La prima tranche ha una durata decennale con scadenza fissata al 18 maggio 2036. L’ammontare collocato è stato pari a 1,5 miliardi di dollari mentre la cedola annua offerta è del 5,250%. Il prezzo di emissione è stato fissato al 99,172% del valore nominale, livello che consente di incrementare leggermente il rendimento effettivo per chi ha sottoscritto il titolo in fase di collocamento.
La seconda tranche, invece, è quella che forse ha attirano più maggiore attenzione sul mercato grazie alla cedola particolarmente elevata. Anche in questo caso l’importo emesso è pari a 1,5 miliardi di dollari, ma la durata sale fino a 30 anni con scadenza nel maggio 2056. Il bond riconoscerà agli investitori una cedola annua del 6%, livello ormai non frequente per un emittente investment grade europeo di grandi dimensioni.
Il prezzo di re-offer della tranche trentennale è stato fissato al 98,105%, consentendo anche qui un rendimento superiore rispetto al semplice tasso cedolare.
Dal punto di vista strategico, l’operazione permette a Eni di allungare ulteriormente la durata media del debito e di consolidare una struttura finanziaria equilibrata. La società ha infatti chiarito che i proventi raccolti saranno destinati al fabbisogno generale del gruppo e alla gestione ordinaria delle esigenze finanziarie.
Molto variegata la composizione del consorzio bancario incaricato del collocamento. All’operazione hanno partecipato molte banche d’affari di respiro mondiale tra cui Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup e HSBC, insieme a Intesa Sanpaolo.
Domanda record: il mercato premia il ritorno di Eni negli Usa
Uno degli aspetti più significativi del nuovo collocamento è proprio il forte interesse registrato tra gli investitori professionali. La domanda complessiva ha infatti raggiunto circa 15 miliardi di dollari, vale a dire cinque volte superiore rispetto all’importo effettivamente collocato.
Il segnale è chiaro anche a chi istituzionale non è e si limita a commentare: il mercato continua a considerare Eni un emittente estremamente affidabile anche in una fase caratterizzata da volatilità sui tassi di interesse e incertezze macroeconomiche globali.
Secondo quanto comunicato dal Cane a Sei Zampe, all’operazione hanno partecipato circa 240 investitori istituzionali per ciascuna tranche. Quindi c’è stata una domanda ampiamente diversificata e proveniente da operatori internazionali di primo livello, elemento che rafforza ulteriormente la credibilità del collocamento.
Il successo dell’emissione di Eni assume ancora più valore considerando il contesto attuale del mercato obbligazionario americano. Negli Stati Uniti i rendimenti governativi restano elevati e ciò costringe gli emittenti corporate a offrire condizioni competitive per attrarre capitali. Nonostante questo scenario, Eni è riuscita a ottenere una risposta molto forte da parte del mercato, confermando la qualità percepita del proprio profilo creditizio.
Per gli investitori obbligazionari, la combinazione tra rendimento elevato e solidità dell’emittente ha rappresentato probabilmente il principale punto di forza dell’operazione. In particolare proprio la tranche trentennale al 6% potrebbe avere attirato l’interesse di quei fondi orientati alla ricerca di flussi cedolari elevati nel lungo periodo.
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Cosa significa questa emissione per le azioni Eni?
Dal punto di vista finanziario, la nuova emissione rafforza ulteriormente la posizione di Eni sui mercati internazionali dei capitali. Il ritorno sul mercato Usa consente infatti al gruppo di diversificare le fonti di finanziamento e di ampliare la propria base di investitori istituzionali.
Per gli azionisti, il buon esito del collocamento rappresenta un segnale positivo anche sul fronte della percezione del rischio. Una domanda così elevata indica infatti che il mercato continua a valutare favorevolmente la capacità di Eni di generare cassa e mantenere una struttura patrimoniale solida nonostante le oscillazioni del prezzo del petrolio e del gas.
Va inoltre sottolineato come la scelta di emettere bond a lunga scadenza rifletta una strategia finanziaria orientata alla stabilità. Bloccare oggi finanziamenti a 30 anni permette infatti alla società di gestire con maggiore prevedibilità il costo del debito nel tempo.
Naturalmente il livello molto elevato delle cedole comporta anche un aumento del costo della raccolta rispetto agli anni in cui i tassi erano vicini allo zero. Tuttavia il management sembra aver privilegiato la sicurezza finanziaria e la flessibilità operativa, approfittando di una finestra di mercato ancora favorevole per emittenti corporate di alta qualità e soprattutto facendo leva sulle forti numeri attesi grazie al rialzo del prezzo del petrolio per effetto della crisi geopolitica Usa-Iran.
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