Una visione da incubo si dipanata dinanzi agli occhio di chi ha posizioni aperte sulle borse asiatiche. I due indici più rappresentativi delle borse asiatiche, il Nikkei di Tokyo e il Kospi di Seul sono andati letteralmente a picco con vendite accanite sul settore dei semiconduttori, panic selling generalizzato e, nel caso della borsa coreana, anche la sospensione temporanea degli scambi. Non si è trattato di movimenti isolati a quell’area visto che la correzione è in realtà partita da Wall Street per poi estendersi rapidamente a tutte le borse asiatiche.
E allora perché gli indici Kospi (Seul) e Nikkei (Tokyo) sono crollati in quello che possiamo definire come “giovedì nero” dell’Asia? Alla base del sell-off che si è abbattuto sulle borsa giapponese e su quella sudcoreana ci sono stati il rinfocolarsi delle preoccupazioni sulla redditività degli investimenti nell’intelligenza artificiale, i timori per il costo del finanziamento delle società tecnologiche e il dato sull’inflazione americana peggiore delle attese. Risultato di questa convergenza tra fattori avversi è nel primo embrione di una rotazione settoriale che, laddove il trend dovesse essere confermato nelle prossime settimane, non potrebbe che consolidarsi: riduzione dell’esposizione ai titoli più vulnerabili dell’AI e ricerca di maggiore protezione nei comparti difensivi.
Indice
Indici Kospi e Nikkei a picco: i numeri del crollo
Il dato più impressionante del giovedì nero dell’Asia è arrivato dalla Corea del Sud. L’indice Kospi è arrivato a perdere circa l’8%, scendendo in area 5.500 punti, con le vendite che hanno attivato il circuit breaker, il meccanismo di sospensione temporanea delle contrattazioni previsto in caso di forti ribassi. Si è trattato della decima attivazione nell’indice nel corso del 2026 e della sedicesima nella sua storia. Il mercato sudcoreano arrivava da diverse sedute negative e la nuova ondata di vendite ha colpito duramente i titoli a maggiore capitalizzazione.
A Tokyo, il Nikkei 225 ha ceduto quasi il 5%, scendendo nell’area dei 64.500 punti. Anche in questo caso, il peso dei grandi gruppi tecnologici ha amplificato la discesa dell’indice. Tra i titoli più penalizzati ci sono stati Advantest, produttore di apparecchiature per il collaudo dei semiconduttori, Tokyo Electron, attiva nelle tecnologie per la produzione di chip, e SoftBank Group, investitore di primo piano nel settore dell’intelligenza artificiale. Kioxia, specializzata nelle memorie, ha perso oltre l’11%.
Le vendite non si sono fermate alle borse di Giappone e Corea del Sud. Anche Taiwan, Hong Kong e i listini cinesi hanno chiuso o viaggiato in territorio negativo. Risultato del giovedì nero dell’Asia è nel -3% registrato dall’MSCI Asia-Pacifico.
Perché Kospi e Nikkei sono crollati: il panico sui titoli tech
Per inquadrare nel ragioni del crollo del Nikkei e del Kospi, il primo fattore da considerare è la forte esposizione dei due listini al comparto tecnologico. La Borsa di Seul ospita alcuni dei maggiori produttori mondiali di memorie, mentre Tokyo include società che forniscono macchinari, componenti e infrastrutture indispensabili alla filiera dei semiconduttori.
Ora è chiaro che se le prospettive del settore tech iniziano a non essere considerate più solidissime come lo erano fino a poche settimane fa, gli effetti sull’economia degli interi listini diventano dirompenti.
A innescare il cambio di approccio sul comparto tech è il crescente scetticismo sulla capacità degli investimenti nell’intelligenza artificiale di generare profitti proporzionati alle risorse impiegate. Le infrastrutture necessarie per alimentare lo sviluppo dell’AI richiedono capitali ingenti, finanziamenti e tempi di realizzazione importanti. Ed ecco che il mercato inizia a fare distinzione tra le società che dispongono di risorse sufficienti e quelle più esposte al debito.
Un caso emblematico è quello di CoreWeave, società statunitense attiva nel cloud computing per l’intelligenza artificiale, le cui azioni sono crollate di circa il 16% a Wall Street. Anche le preoccupazioni sulle sue obbligazioni hanno alimentato i dubbi sulla sostenibilità finanziaria di alcuni investimenti legati all’AI. Non è una prova che la domanda di intelligenza artificiale stia diminuendo, ma un segnale del fatto che gli investitori vogliono capire quanto costi sostenere questa crescita e quali rendimenti possa produrre.
A questo si aggiunge la concorrenza cinese. I progressi di ChangXin Memory Technologies nello sviluppo di memorie DRAM più dense hanno riacceso i timori che nuovi concorrenti possano erodere il vantaggio competitivo dei produttori asiatici già affermati. Per società come Samsung Electronics e SK Hynix, le cui azioni hanno perso rispettivamente circa il 10% e l’11%, il problema non è soltanto la domanda futura, ma anche la pressione sui margini e sulle valutazioni di Borsa.
Inflazione Usa e Fed: perché aumenta la pressione sulle azioni tech
La seconda causa della forte discesa di Kospi e Nikkei ha origine direttamente dai dati macroeconomici americani. A settembre, l’inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,7% su base annua, dal 3,4% di agosto, superando le attese del mercato. L’aumento dei prezzi, alimentato anche dalla componente energetica, ha riaperto interrogativi sul percorso della politica monetaria della Federal Reserve.
Il ragionamento è molto semplice: se l’inflazione rimane elevata, la banca centrale potrebbe essere costretta a mantenere i tassi su livelli restrittivi più a lungo o persino a valutare nuovi rialzi. Per le aziende tecnologiche che finanziano piani di espansione molto costosi, un aumento del costo del capitale va a pesare sulle prospettive di profitto.
Tassi più alti incidono anche sulle valutazioni azionarie, perché riducono il valore attuale degli utili attesi negli anni successivi. È un aspetto particolarmente delicato per le società che hanno già beneficiato di forti rialzi grazie alle aspettative di crescita legate all’intelligenza artificiale.
Il risultato è una combinazione sfavorevole: da una parte ci sono valutazioni che incorporano aspettative ambiziose, dall’altra aumenta l’incertezza sui finanziamenti e sulle decisioni della Fed. Il sell-off asiatico riflette proprio questo cambiamento nelle aspettative.
La rotazione degli investitori: giù i chip, salgono i farmaceutici
La seduta di Tokyo, in particolare, ha mostrato però anche un altro aspetto, meno evidente se ci si limita a osservare solo il dato negativo del Nikkei nel suo insieme: non tutti i settori hanno subito le stesse pressioni.
Nel giovedì nero della borsa del Giappone le vendite si sono si concentrate sui titoli legati all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori ma molti investitori più che disinvestire hanno cercato rifugio in quei comparti tradizionalmente più difensivi. Un esempio è il settore farmaceutico che in un Nikkei in pieno crollo si mosso in forte rialzo. Le azioni Sumitomo Pharma, in particolare, hanno guadagnato circa 13%, in netta controtendenza rispetto ai produttori di chip.
La dinamica sembra suggerire un cambiamento nelle preferenze del mercato: in una fase caratterizzata da dubbi sulla crescita e dal rischio di nuovi rialzi dei tassi, ecco che molti investitori preferiscono aziende meno direttamente esposte alle oscillazioni degli investimenti in AI.
Questa rotazione non significa necessariamente che il ciclo tecnologico sia terminato. Parliamo di un comparto cresciuto tantissimo e che proprio in questo sua rapida salita della market cap ha di fatto il suo tallone di Achille. Per adesso la cosa cosa che si può dire guardando il crollo di Nikkei e Kospi è che gli investitori stanno diventando più selettivo dinanzi ad un generalizzato peggioramento del quadro economico. La loro prima reazione? La più scontata in questi casi: alleggerirsi e vendere quelle società per cui il costo degli investimenti potrebbe diventare un problema.
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