mappa Usa e Iran con barili di petrolio
Previsioni petrolio con attacco Usa all'Iran (www.risparmioggi.it)

Ammettiamo che ci sia un attacco Usa all’Iran, ebbene con questo scenario, quali sarebbero le conseguenze sul prezzo del petrolio? La domanda non è più accademica. Il mercato sta già incorporando un premio al rischio significativo. Nelle ultime sedute il greggio ha registrato la corsa giornaliera più forte da ottobre 2025 (+4,3% nella sessione di giovedì) e la settimana si è chiusa con Brent a 70,44 dollari al barile e WTI balzato oltre i 71 dollari al barile (71,91 $, +2,2%) e il WTI a 66,27 dollari. Al di là dei fisiologici assestamenti la consegna della settimana più lunga degli ultimi tempi per l’oro nero è questa: entrambi i benchmark sono schizzati in prossimità dei massimi degli ultimi sei mesi e questo secondo molti analisti è un segnale evidente che i trader stanno coprendo il rischio di uno shock sull’offerta.

Per la cronaca il rialzo del prezzo del petrolio si è verificato in un contesto che, fino a poche settimane fa, era dominato da narrativa opposta: surplus globale e scorte abbondanti. Eppure, il mercato petrolifero è notoriamente forward-looking. Quando aumenta la probabilità di un conflitto in una delle aree più sensibili per l’output globale, il prezzo reagisce prima che i barili vengano effettivamente a mancare. In altre parole, il prezzo del petrolio con un eventuale attacco Usa all’Iran non dipende solo dall’evento in sé, ma dalla percezione della sua probabilità e delle sue conseguenze.

L’elemento chiave è la volatilità implicita: con opzioni sul Brent in rialzo e curva dei futures che tende ad appiattirsi o invertire (backwardation), il mercato sta segnalando timori di tensioni immediate sull’offerta fisica.

La morale è che il greggio è tornato ad essere un asset fortemente guidato dalla geopolitica, più che dai fondamentali puri di domanda e offerta.

Tensioni tra Washington e Teheran: scenari militari e rischio escalation

Le indiscrezioni su possibili opzioni militari statunitensi contro l’Iran hanno riacceso il premio al rischio. Dopo un nuovo round di colloqui senza esito tra Washington e Teheran, fonti vicine alla sicurezza nazionale Usa hanno indicato che le forze armate sarebbero pronte a colpire anche nel breve termine. Tuttavia, una decisione definitiva non risulterebbe ancora presa, lasciando il mercato in uno stato di attesa nervosa.

Le opzioni sul tavolo, secondo quanto riportato da diversi media internazionali, spaziano da un’operazione estesa contro leadership politiche e militari iraniane, fino a un intervento più circoscritto su siti nucleari e infrastrutture missilistiche.

La differenza tra questi due scenari è cruciale per il prezzo petrolio guerra Iran-Usa: un attacco limitato potrebbe generare un rally temporaneo, mentre un’azione volta a destabilizzare il regime potrebbe innescare una risposta regionale più ampia.

Anche la retorica politica ha contribuito ad alimentare la tensione. Le dichiarazioni dell’amministrazione americana, che hanno lasciato intendere la possibilità di conseguenze gravi in assenza di accordi, hanno aumentato l’incertezza. Nel frattempo, il Pentagono avrebbe già avviato il riposizionamento di parte del personale militare dal Medio Oriente verso l’Europa o gli Stati Uniti, misura tipica di fase pre-operativa o di contenimento del rischio.

Questi i fatti. Per l’evoluzione del prezzo del petrolio, il nodo centrale sarà la reazione iraniana: rappresaglie dirette contro asset energetici regionali o attacchi indiretti tramite proxy potrebbero allargare il conflitto oltre i confini nazionali, coinvolgendo l’intero Golfo Persico.

Stretto di Hormuz e flussi globali: il vero punto critico per il prezzo del petrolio

Se si parla di prezzo petrolio con attacco Usa a Iran, il baricentro dell’analisi è lo Stretto di Hormuz. Da questa strettoia marittima transita circa il 20% dell’offerta globale di greggio. Una guerra che ne compromettesse anche solo parzialmente l’operatività avrebbe un impatto immediato e potenzialmente esplosivo sui prezzi.

Recentemente i media statali iraniani hanno riportato una chiusura temporanea dello Stretto per alcune ore, senza chiarire pienamente la successiva riapertura. Anche un’interruzione simbolica è sufficiente a ricordare al mercato quanto sia fragile l’equilibrio logistico globale. Non è tanto la durata dell’eventuale blocco a contare, quanto il segnale: se il rischio di interruzione diventa concreto, il premio al rischio aumenta in modo non lineare.

A questo si aggiungono dati sulle scorte statunitensi sorprendentemente restrittivi: l’Energy Information Administration ha registrato un calo di 9 milioni di barili in una settimana, contro attese di aumento di 1,7 milioni. In un contesto di tensioni geopolitiche, una contrazione inattesa delle scorte amplifica la reazione dei prezzi.

Secondo Goldman Sachs andrebbe inoltre considerato anche il tema del greggio sanzionato in mare. Stando alle stile della banca d’affari Usa, volume di barili russi, iraniani e venezuelani stoccati offshore avrebberaggiunto 375 milioni di barili, contribuendo a creare una disconnessione tra prezzi e scorte ufficiali.

Se ci dovesse essere davvero un attacco Usa all’Iran, la capacità di esportazione iraniana sarebbe ulteriormente compressa e questo petrolio potrebbe rimanere bloccato in mare, restringendo l’offerta effettiva disponibile sul mercato globale.

Le previsioni: fino a dove può spingersi il prezzo petrolio in caso di guerra?

Ed eccoci infine alla domanda clou: quanto può salire il prezzo petrolio con attacco Usa a Iran? Le stime variano in funzione dello scenario.

In uno scenario di attacco limitato, senza blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e senza coinvolgimento diretto di altri grandi produttori del Golfo, il Brent potrebbe rapidamente testare area 75-80 dollari al barile, incorporando un premio al rischio temporaneo di 5-10 dollari.

In uno scenario di escalation regionale, con interruzioni significative delle spedizioni attraverso Hormuz, il mercato potrebbe prezzare una perdita potenziale di diversi milioni di barili al giorno. In questo caso, non sarebbe irrealistico ipotizzare un movimento verso 85-95 dollari, con spike anche oltre i 100 dollari in caso di panico sui mercati fisici.

Le dinamiche del greggio sanzionato aggiungono un ulteriore elemento quantitativo: assumendo che le prospettive di surplus globale restino stabili, un incremento di 1 milione di barili al giorno di esportazioni sanzionate per 12 mesi può spingere il Brent fino a 8 dollari in più al barile. Al contrario, una riduzione di 100 milioni di barili stoccati in mare può comprimere i prezzi di 3-4 dollari. Questo significa che il prezzo del petrolio con una guerra in Medio Oriente non dipenderà solo dai missili, ma anche dalla capacità del sistema globale di riallocare rapidamente i flussi.

La settimana si chiusa con il mercato che sta prezzando una probabilità non trascurabile di shock. In questo contesto il petrolio torna ad essere uno strumento di copertura geopolitica ma con elevata volatilità. La strategia dovrebbe considerare: esposizione graduale, gestione del rischio e monitoraggio costante dei segnali sullo Stretto di Hormuz e sulle decisioni politiche di Washington e Teheran.

In caso di attacco, il movimento iniziale potrebbe essere violento; la sostenibilità del rally dipenderà invece dalla durata e dall’ampiezza del conflitto.

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